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MONDO. La scelta di imporre dazi commerciali praticamente generalizzati, a partire da quel 2 aprile 2025 che il presidente Trump ribattezzò come «il giorno della liberazione», è con ogni probabilità il cambiamento recente della politica economica statunitense più visibile (e discusso) da una prospettiva europea e italiana in particolare.
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L’importanza che vi attribuiamo non è casuale, considerato che per l’Italia gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale all’esterno dell’Unione europea. Né vanno minimizzate instabilità e incertezza generate, nonostante l’andamento degli scambi per fortuna sembra non essere stato finora troppo penalizzato dalle nuove tariffe. Da uno studio Istat sulla fiducia delle imprese manifatturiere, si legge infatti sul sito web del Dipartimento per il programma di governo, «emerge come la grande maggioranza delle unità che esportavano negli Stati Uniti non abbia registrato variazioni rilevanti nelle quantità e nei prezzi dei beni venduti». Non solo: se per il nostro Paese nel 2025 la dinamica degli scambi con l’estero in valore è stata positiva (rispettivamente più 3,3% per l’export e più 3,1% per l’import), si sono registrati quelli che sempre il governo definisce «incrementi significativi nei confronti degli Stati Uniti (più 7,2% all’export e più 35,9% all’import)».
Tuttavia potrebbero essere in corso mutamenti altrettanto profondi del modello capitalistico a stelle strisce, meno mediatizzati in Europa ma di una portata tale da investire anche il Vecchio continente. L’ultimo indizio di un cambiamento simile arriva dall’Alaska, Stato dell’estremo Nord della federazione statunitense, dove l’Amministrazione Trump ha concesso il permesso di costruire una strada che raggiungerà e attraverserà il distretto minerario di Ambler. Parliamo di un’area ricca di risorse considerate sempre più strategiche da parte di Washington, e dove importanti aziende del settore sono certe di trovare ingenti quantità di rame (fondamentale per l’elettrificazione e per i data center dell’intelligenza artificiale), zinco (utilizzato tra l’altro per le batterie alcaline) e altri minerali critici. Sulla costruzione di questa via di comunicazione per anni si sono sfidati gruppi imprenditoriali e attivisti ecologisti, con i nativi che abitano nell’area combattuti tra possibilità di lavoro e rischi per un ambiente finora incontaminato. Che l’attuale Amministrazione abbia scelto un approccio maggiormente pro-business rispetto a precedenti Amministrazioni a trazione democratica non dovrebbe stupire. Decisamente meno scontato è quanto appena rivelato dall’agenzia Bloomberg in una sua dettagliata inchiesta, e cioè che il permesso di costruire tale arteria di comunicazione sarebbe stato garantito in cambio di un ingresso del governo di Washington nel capitale delle aziende minerarie che ne beneficeranno. Il Pentagono infatti investirà 36 milioni di dollari nell’area in cambio di una quota del 10% nella società privata Trilogy Metals. Lo Stato si fa direttamente imprenditore, per usare un’espressione cara soprattutto ad alcuni pensatori progressisti.
Non si tratta di un caso isolato. Esattamente un anno fa l’Amministrazione Trump annunciò un accordo ben più corposo, trasformando di fatto 9 miliardi di dollari di precedenti finanziamenti federali in una partecipazione azionaria del 9,9% nel colosso tecnologico Intel. (Da allora, peraltro, il titolo dell’azienda ha avuto un andamento positivo in Borsa e Trump ha più volte rivendicato guadagni azionari – figurativi – per il contribuente).
Secondo il Council on Foreign Relations, dal gennaio del 2025 la seconda Amministrazione Trump ha già annunciato investimenti da «Stato imprenditore» per 27,6 miliardi di dollari, un ammontare superiore all’intera ultima legge di Stabilità italiana (che vale circa 22 miliardi di euro, quindi attorno ai 25 miliardi di dollari). Negli Stati Uniti non mancano le voci critiche di questa nuova tendenza, secondo le quali ci troveremmo di fronte a una forma di «capitalismo di Stato» che rischia di mutuare – nella patria del libero mercato - troppi effetti collaterali del modello cinese. Dalla Casa Bianca rispondono che lo Stato intende solo offrire un sostegno saldo e di lungo termine a quei settori strategici dai quali passa la tutela dello status di potenza mondiale negli Stati Uniti, in particolare semiconduttori e minerali critici. Che il principale sfidante proprio in questi campi sia la Cina, patria per eccellenza del capitalismo di Stato, non è un caso. E potrebbe far sì che una trasformazione simile del capitalismo americano sopravviverà all’Amministrazione Trump.
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