(Foto di Ansa)
MONDO. Ancora oggi, dopo tre anni di stragi e infinite analisi, è difficile anzi impossibile capire che cosa sperasse di ottenere Yayha Sinwar, capo di Hamas nella Striscia di Gaza, organizzando e lanciando l’attacco genocida del 7 ottobre 2023 con cui i terroristi ai suoi ordini uccisero 859 civili e 274 militari israeliani, sequestrando 251 persone di cui solo 168 sono poi tornate vive.
Lettura 1 min.Non sapremo mai ciò che voleva, né per quale contorsione mentale pensasse di fare qualcosa di vantaggioso per la sua gente, ma sappiamo che cos’ha ottenuto: l’ulteriore radicalizzazione e allargamento di un confronto che, in Medio Oriente, era già storicamente violento. Il governo Netanyahu e dei suprematisti di destra come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ha prodotto una risposta altrettanto genocida, agevolata dalla superiorità militare e dagli aiuti del gigante americano, che ha decimato (in senso letterale) la popolazione di Gaza, che prima di quel giorno contava 2,2 milioni di abitanti.
Una strage dei colpevoli, perché la forza militare di Hamas è stata annientata o quasi. Ma anche degli innocenti: almeno 21mila minori caduti sotto le bombe con decine di migliaia di donne e anziani. E il conto non è ancora finito. La scadenza del terzo anniversario ha riportato all’attenzione le sofferenze delle due comunità. Ma l’onda d’urto di quei fatti si è allargata dalla Palestina al Medio Oriente e da lì al mondo. Benjamin Netanyahu, che divenne per la prima volta primo ministro nel ’96 dopo aver fatto campagna contro gli Accordi di Oslo firmati da Ythzak Rabin, assassinato nel ’95, ha colto l’occasione per portare al limite l’ideologia che ha ispirato la sua carriera politica. Così da Gaza si è spinto contro l’Iran, la Siria e il Libano, indifferente alla reale portata delle minacce esterne e forte della giustificazione offerta dalle stragi di Hamas e delle sofferenze subite. Questo è diventato poi il confine del dibattito politico internazionale. E più che un confine, il legaccio che l’ha polarizzato e, ovviamente, paralizzato.
Gran parte dei governi d’Europa (degli Usa non è nemmeno il caso di parlare) si è allineato alle ragioni di Israele rinunciando a «vedere» quanto accadeva a Gaza sotto gli occhi di tutti, incapace di pesare le eventuali conseguenze delle azioni di Israele. Conseguenze che oggi, da Hormuz allo Yemen, si fanno invece sentire sulle economie e sugli impegni militari. Al contrario, gran parte delle opinioni pubbliche si è schierata per le ragioni dei gazawi e per la loro umanità perseguitata, spesso scambiando Hamas per un movimento di resistenza e dimenticando che, al contrario, è un movimento islamista sunnita che predica la distruzione di Israele per restituire la Palestina intera non ai palestinesi ma alla comunità globale dell’Islam.
Cosa che infatti gli ha procurato i concretissimi aiuti dell’Iran e di altre entità sciite come gli Houthi e la Fratellanza musulmana. Il combinato disposto di queste distorsioni ha provocato, oltre a una marea di bugie e di speculazioni politiche, la completa disumanizzazione della discussione sui fatti, da cui le vittime dell’una e dell’altra parte sono quasi scomparse e ormai trattate come elementi statistici, e la scomparsa della dimensione politica. Perché quello della Palestina e della coesistenza di israeliani e palestinesi resta un problema che solo la politica, quella vera, può risolvere. Cosa che non hanno fatto e non faranno le armi, e tanto meno la retorica messa in campo per attenuarne il rombo.
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