Ora gli Usa hanno bisogno della Cina
MONDO. Il mercato azionario di Wall Street è ricco ed ha garantito un guadagno dietro l’altro. Fino ad oggi. Rivela però un punto debole, è centrato sul settore high tech. Il resto è finanza e poco altro. Il manifatturiero è residuale, di fatto l’America non produce più i prodotti dei quali si serve.
Lettura 2 min.La reazione incomposta di Trump con l’introduzione dei dazi è la risposta ad un elettorato che ha subito la desertificazione industriale mentre i suoi dirigenti fino a ieri erano abbagliati dalla globalizzazione. La visita a Washington del presidente Xi Jin Ping si svolge in questo scenario. La Cina dispone di forza industriale e cibernetica, le ha fuse e ne ha fatto una potenza economica in grado di oscurare il dominio americano. Per la prima volta un presidente Usa si presenta ad un vertice con l’antagonista asiatico con la necessità di acquisirne la benevolenza.
La Cina importa quasi l’80% del petrolio iraniano. Senza Pechino l’Iran non avrebbe risorse finanziarie sufficienti. Quindi a Teheran una parola cinese conta. Trump ha trattato Xi con la voluttà del magnate. Si sa che per l’immobiliarista conta il rapporto interpersonale. Se l’interlocutore si sente lusingato sarà più facile portarlo dalla propria. A Trump preme uno straccio di negoziato con l’Iran da presentare al suo elettorato alle elezioni per il rinnovo del Congresso a novembre. E Pechino lo potrebbe aiutare. Ma al vertice non è successo nulla di rilevante. Il prolungamento della tregua daziaria fino a gennaio già siglata a Busan è un piccolo passo. Trump quest’anno ha incontrato il leader cinese ben tre volte, in Corea del Sud appunto, poi in visita a Pechino e ora a Washington. Di interessante c’è l’accordo su una consultazione permanente per i rischi legati all’uso dell’Intelligenza Artificiale.
a Cina dispone del 90% delle terre rare necessarie alla creazione di tutti i dispositivi elettronici e digitali. La sua forza sta nella lavorazione, quella che gli occidentali per non inquinare hanno lasciato ai Paesi ritenuti arretrati come la Cina
E poi c’è il capitolo delle terre rare. La Cina dispone del 90% delle terre rare necessarie alla creazione di tutti i dispositivi elettronici e digitali. La sua forza sta nella lavorazione, quella che gli occidentali per non inquinare hanno lasciato ai Paesi ritenuti arretrati come la Cina. Definizione che non offende la dirigenza comunista erede di Mao Dze Dong e della lunga marcia. Pechino ancora oggi si considera un Paese emergente. Da qui la simpatia di cui gode in Brasile, in India e nell’Africa profonda. E anche questo è una freccia nel suo arco di politica estera. Non a caso Zelensky esorta ancora oggi i Brics cioè, tolta la Russia, Brasile, India, Cina e Sudafrica a prendere una posizione che condanni l’invasione russa dell’Ucraina. Senza successo. Ed il motivo è chiaro: la Cina non butta via l’arma che le dà forza nelle trattative con l’America. La Russia aiuta l’Iran e si appoggia a Pechino. Ma chi ha l’ultima parola è Xi.
Trump si è impelagato in una guerra dalla quale non sa uscire senza l’aiuto del presidente cinese. Ma l’obiettivo strategico di Xi è Taiwan e la fornitura militare che gli Usa garantiscono a Taipei. Se nulla si muove in questo scacchiere, l’arma Iran sarà sempre sul tavolo di Pechino. Alla guerra dei dazi la Cina è stato l’unico Paese a rispondere per le rime. Tutti gli altri si sono spaventati e hanno abbassato la testa. La Cina ha molte carte in mano e nella partita di poker della politica mondiale gli Usa non possono bluffare.
Se si va poi a vedere si scopre che anche le big dell’Intelligenza Artificiale made in Usa vogliono una tregua nella competizione del digitale, dicono di temere il prevalere della macchina sull’uomo ma in verità temono la concorrenza cinese forte nella ricerca e soprattutto nei costi. I sistemi cinesi sono open source, quelli americani no. Google, Amazon, Ndivia, Elon Musk temono di non farcela e a quel punto anche l’ultimo baluardo del dominio americano verrebbe meno.
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