Pace, un altro mondo possibile

LO SPIRITO DI ASSISI. Da una parte Karol Wojtyla e dall’altra la normalità dell’avversione tra popoli, il mondo diviso, guerra fredda come giustificazione di ogni scelta di politica internazionale e di convivenza tra i popoli. Il mondo procedeva secondo lo schema delle deterrenze, regole che sembravano funzionare, distinzioni tra buoni e cattivi, dittatura e democrazia, capitalismo limpido e liberale, mercato e libertà, possibilità illimitate e l’invincibile ottimismo di stare dalla parte giusta della storia.

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Poi arrivò Karol Wojtyla e sparigliò ogni carta in mano a chi giustificava la storia. La sorpresa della convocazione ad Assisi dei leader religiosi lasciò tutti senza fiato. Giovanni Paolo II fece un gesto preventivo e capì prima di tutti che quell’architettura del mondo stava pericolosamente scricchiolando sotto il maglio della critica all’ideologia comunista e il peso della gerontocrazia sovietica, che si sfaldava dall’interno. Quale sarebbe stata la reazione allo sfascio delle ideologie? Wojtyla era consapevole che le religioni potessero avere un ruolo nel processo di costruzione di un mondo migliore, ma solo se si fossero rafforzate non per identità contrapposte, ma per riconciliazioni cordiali in nome della pace, da invocare ognuna secondo la propria tradizione teologica e liturgica, tuttavia insieme.

La preoccupazione di Wojtyla era altra. Temeva per il mondo e temeva che i pezzi della rovina post-ideologica diventassero bocconi prelibati per chi in quel fallimento, con la pessima scusa di giustificare ogni istinto e ogni predazione, avesse cercato l’appoggio delle religioni e sfruttato le loro risorse

Quarant’anni fa ad Assisi, giorno che rimane nella storia e connota forse più di ogni altro il lungo Pontificato del Papa polacco, i leader religiosi di tutto il mondo insieme hanno pregato lo Spirito Santo, ognuno declinandolo nella propria fede, per invocare un unico disegno di salvezza del mondo, che stava cambiando e le cui avvisaglie agli occhi di un Papa che conosceva come forse nessun altro la tribolazione di donne, uomini e popoli interi, non promettevano nulla di buono. Doveva restare una giornata unica, un «unicum», un caso irripetibile. Quell’iniziativa non piacque ad una parte della Curia Romana per il rischio di sincretismo, preghiera pasticciata, indiani d’America accanto a Sikh indiani, buddisti arancioni e ortodossi con le vesti nere e quel Papa con il cappotto bianco, padrone di casa insieme ai francescani, che non si rendeva conto del relativismo religioso che ne sarebbe derivato. La preoccupazione di Wojtyla era altra. Temeva per il mondo e temeva che i pezzi della rovina post-ideologica diventassero bocconi prelibati per chi in quel fallimento, con la pessima scusa di giustificare ogni istinto e ogni predazione, avesse cercato l’appoggio delle religioni e sfruttato le loro risorse. La guerra in nome di Dio ha attraversato la storia e l’avrebbe fatto ancora. Giovanni Paolo II ebbe un’intuizione, solo un’ intuizione allora. Lo «Spirito di Assisi» sarebbe stato codificato come elemento decisivo e cruciale dopo, negli anni successivi. E il merito va alla Comunità di Sant’Egidio, che ne raccolse il testimone. Il Papa polacco non voleva affatto che restasse un «unicum». Se oggi guardiamo indietro e osserviamo questi quarant’anni di «Spirito di Assisi» ne vediamo l’evoluzione e ne possiamo anche misurare le ferite. L’intuizione di Wojtyla e la cocciutaggine di chi ne ha raccolto l’eredità riproponendone ogni anno una memoria feconda non va considerata un’azione edificante, ma un’azione necessaria. Così lo «Spirito di Assisi» dopo quattro decenni è diventato un’architettura indispensabile per un altro mondo, sempre possibile per via della forza della preghiera di tutti i credenti. Ogni anno i leader religiosi e i leader politici di tutto il mondo hanno la possibilità di pensare in maniera più lucida e realista alle proprie responsabilità. I Pontefici, rinvigorendo quello «Spirito» come virtù e non come emozione, ne hanno sottolineato l’opportunità per un mondo a pezzi tra conflitti e ingiustizia.

E le religioni sono sicuramente diventate più consapevoli di essere parte del problema e della soluzione nel mezzo degli scontri di civiltà e la Dichiarazione di Abu Dhabi voluta da Papa Francesco lo dimostra. Certo, c’è chi disprezza lo «Spirito di Assisi», disegnando scenari apocalittici e producendo sempre più odio. Ma anche il disprezzo ne tiene aperto il cantiere.

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