(Foto di Ansa)
MONDO. Tempi sempre più cupi per il Vecchio continente. Dopo il rinnovo della Duma nello scorso weekend, il Cremlino ha nuovamente ripetuto di non avere alcuna intenzione di concludere la cosiddetta «Operazione militare speciale» in Ucraina.
Lettura 2 min.
Le intelligence europee lanciano ulteriori allarmi su prossime azioni di «guerra ibrida», l’ultimo dei quali riguarda possibili attacchi con droni contro Italia, Spagna e Francia. «Non buttare altra benzina sul fuoco» è l’invito del nostro governo. Ma andiamo con ordine. Vladimir Putin ha interpretato il voto del 18-20 settembre scorsi come un segnale di approvazione, da parte della popolazione, alla sua politica anti occidentale e all’intervento armato in Ucraina. La Commissione elettorale ha assegnato al suo partito 348 seggi su 450. Alle legislative, a nessun altro, tranne che all’«opposizione sistemica» (filo governativa), è stato permesso di partecipare. Jabloko, unica formazione pacifista presentatasi, è stata cancellata dalla consultazione, dopo che i sondaggisti si erano accorti che il 10% dei russi (soprattutto giovani) erano intenzionati a votarla. E il Cremlino non poteva certo permettersi di vedere trasformare le sue elezioni in un «referendum sulla guerra».
In sede di analisi, l’Ue non riconosce il risultato delle legislative: esse sono lontane dagli standard democratici, è stato spiegato. Le opposizioni all’estero scrivono di pesanti brogli. A «Russia Unita» (RU) sarebbero stati aggiunti 18 milioni di voti cartacei; difficile quantificare quelli online. Quasi il 18% in meno sarebbe stata la reale affluenza alle urne, ossia 40%. In pratica, come già in passato in altri Paesi, i regimi possono contare su non più di un 25-30% di sostegno popolare (come nella Spagna di Franco), sostegno composto da quanti traggono vantaggi dalla situazione creatasi. Rimane il ricordo degli eventi del giugno 2023, quando Putin - la cui popolarità sarebbe del 60-70% stando ai sondaggi - fu lasciato solo contro Prigozhin e i suoi mercenari della «Wagner». Allora il potere e i sostenitori «evaporarono». Tali indicazioni sono in linea con un Paese a corto di benzina (a Mosca solo il 40% dei distributori è aperto) e con la stanchezza dei russi per un conflitto interminabile.
Quali conseguenze da questo voto? Primo: dalle tribune dell’Onu il ministro degli Esteri Lavrov ha ribadito, per l’ennesima volta, che il Cremlino è per l’apertura di un negoziato di pace, ma, per ora, continua la sua «Operazione» in Ucraina. Secondo: come già successo dopo le legislative del 2016, in cui RU ottenne 343 seggi su 450 (il 76%), si annunciano sorprese amare. Allora venne emendata la Costituzione, spianando la strada ad ulteriori mandati presidenziali per il «leader nazionale». Adesso è difficile prevedere cosa potrebbe succedere con un conflitto in corso, considerato da Putin una «lotta per l’esistenza» della Russia. Ci sarà la temuta mobilitazione generale? Oppure il Cremlino chiederà alla Duma, appena eletta - quindi, potenzialmente, con una forte investitura popolare - il permesso di usare l’arma atomica (chissà tattica) in Ucraina, come minacciato - a più riprese - dall’ex presidente Medvedev? Poco prima del voto legislativo, Lavrov ha affermato che se la Russia dovesse combattere contro l’Europa le ostilità sarebbero di diverso genere rispetto a quelle attuali in Ucraina. Esse durerebbero solo 2-3 giorni, prima che Mosca annienti gli avversari. Facilmente immaginabili i riferimenti. Ecco, in breve, spiegata la ragione per cui sarebbe saggio non rispondere a certe dichiarazioni o ancora meglio spegnere i megafoni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA