Promesse e consenso, un legame da cambiare
ITALIA. La domanda che ci si pone è come sia difficile per chi governa mantenere gli obiettivi per i quali ha ottenuto la fiducia agli elettori.
Lettura 2 min.A poco più di un anno dalla fine della legislatura, il dibattito politico si concentra sui risultati del Governo in materia economica. Va da sé che, chi ha ricevuto il mandato dagli elettori per governare, difende il suo operato mentre chi sta all’opposizione cerca di sminuirlo, sottolineando quanto l’azione della maggioranza sia stata non corrispondente alle aspettative o alle promesse. Senza voler entrare in un dibattito che rischia di essere sterile, la domanda più generale che ci si pone, e non solo in Italia, è come sia difficile per chi governa mantenere gli obiettivi per i quali ha ottenuto la fiducia agli elettori.
Non solo in Italia
In generale, alla vigilia di una tornata elettorale si formulano promesse molto forti rispetto alle quali si chiede la fiducia dei cittadini per poi ripiegare su ben più contenuti risultati. Ciò determina spesso una turbolenza politica che ormai contraddistingue anche Paesi che nel passato si segnalavano per la loro maggiore coerenza e stabilità. Basti pensare al Regno Unito e alla Francia degli ultimi anni o all’attuale situazione della Germania. Nel tempo, questi grandi Paesi europei si sono fatti affascinare da proposte e azioni politiche molto forti che hanno avuto e avranno una bassissima possibilità di concretizzarsi una volta acquisito il consenso popolare e/o di generare i benefici promessi (per tutte la Brexit). Questo fenomeno è in contraddizione con la prassi del mondo delle imprese e in generale delle organizzazioni non politiche.
Il mondo dell’impresa
Per le imprese, infatti, in particolare per quelle quotate sui mercati finanziari, per mantenere un’alta reputazione e la fiducia del mercato e degli investitori, vi è un principio fondamentale secondo il quale bisogna promettere meno dell’atteso e mantenere più di quanto ci si aspetta (si dice under promising e over delivering). In poche parole, le imprese stanno bene attente a mantenere le promesse fatte al mercato o, semmai, a realizzare qualcosa di più. Esse vogliono, per dirla meglio, evitare di fare il contrario, ovvero creare delle aspettative che poi risultano tradite alla prova dei fatti. C’è una letteratura economica, peraltro, che premia questo comportamento e che ad esso offre ulteriore legittimazione.
Questa discrasia potrebbe facilmente risolversi nel dire che nel mondo delle imprese i processi di scelta e decisione sono ben diversi da quelli di chi è chiamato a governare una società intera. Le imprese non rispondono infatti agli elettori, possono contare su tempi lunghi e gestiscono un universo di attività più contenute, mentre in una società democratica e complessa si governa per mandato dei cittadini e questi ultimi decidono sulla base dell’offerta politica di chi si candida; la realtà, compresi i fattori esterni, fa il resto. È come se fosse lo stesso meccanismo di costruzione del consenso a determinare promesse roboanti e performance non in linea con queste. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, una grande turbolenza politica e una forte frustrazione della cittadinanza. E, ancora peggio, l’isolamento di chi tende a dire le cose come stanno senza promettere molto.
Da un estremo all’altro
Peraltro, diventa quasi una consolazione il fatto che i meccanismi cosiddetti di check and balance, ovvero di distribuzione dei poteri negli Stati, siano tali per cui anche chi viene eletto a furor di popolo può fare poco, perché è rallentato se non impedito da altri poteri non elettivi che prevengono in tal modo derive radicali e incontrollate. Non sembra questa però una buona consolazione, perché alimenta ulteriormente la sfiducia verso le istituzioni elettive, senza generare una proposta politica più realistica. In altre parole, si passa da un estremo all’altro. Si consumano in tal modo tante leadership politiche e le istanze dei relativi partiti o movimenti.
Le tendenze nei più grandi Paesi europei sopra menzionati sono un allarme che non va sottovalutato. Non già per difendere a spada tratta lo status quo, che appare in effetti poco entusiasmante, ma per non passare dalla padella alla brace, di promessa in promessa e di delusione in delusione.
Promettere «senza esagerare»
Forse, se almeno una parte dei candidati, appartenenti ai diversi schieramenti, si accordasse sull’evitare proposte evidentemente irrealizzabili e si concentrasse sulle priorità, ognuno con le sue idee, si segnerebbe una svolta in grado di dare forza a tutto il sistema politico e, in ultima analisi, a tutta la società. Senza arrivare alla prudenza delle imprese, del promettere poco e realizzare molto di più, almeno promettere «senza esagerare» e realizzare il più possibile. Sarebbe davvero un bell’auspicio per il futuro. E una garanzia per le nostre democrazie.
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