Università, un ponte in un mondo di confini
MONDO. Ogni inaugurazione di Anno Accademico è un momento nel quale un’Università guarda a sé stessa: volgere lo sguardo al passato aiuta a prendere consapevolezza del cammino percorso e dei risultati raggiunti.
Lettura 2 min.Un Ateneo, per sua natura, deve tuttavia guardare avanti e continuare a chiedersi: in quale direzione andare? Nel 2013, Umberto Eco si domandava: «Perché le università?». Egli ricordava come, fin dal Medioevo, la circolazione di studenti e studiosi aveva contribuito a trasformare l’Europa da espressione geografica in comunità culturale. E affidava a una frase il senso di quel percorso: «L’università è una Forza di Pace!». Egli indicava nel progetto Erasmus di mobilità studentesca lo strumento capace di creare reti internazionali di clerici vagantes: «Una nuova generazione di cittadini bilingui, immuni alle seduzioni di qualsivoglia nazionalismo».
Il mondo che cambia
Per decenni abbiamo considerato il rafforzamento del multilateralismo e della cooperazione internazionale un processo irreversibile. Le università hanno indubbiamente giocato un ruolo importante attraverso la promozione di programmi di mobilità, la creazione di reti di ricerca e laboratori congiunti e lo sviluppo di percorsi formativi internazionali. Oggi invece alla cooperazione si affianca la competizione, all’apertura l’esigenza della sicurezza, alla condivisione delle scoperte la necessità di proteggere tecnologie strategiche e risultati della ricerca. Riprendendo una formula circolata nelle Università americane, la ricerca ha lasciato la seminar room per entrare in una situation room. La geografia della conoscenza sta inoltre profondamente cambiando. Dall’ultimo dopoguerra abbiamo rivolto l’attenzione all’asse Europa-Nord America. Quella visione appare oggi miope: Asia, Africa, America Latina stanno assumendo un peso crescente in formazione, ricerca e innovazione. Per le università europee significa costruire nuove relazioni, riconoscere che la conoscenza nasce da una pluralità di luoghi, emerge da culture e tradizioni scientifiche diverse. Questa prospettiva riguarda anche Bergamo e la sua Università.
La vocazione internazionale
La vocazione internazionale del nostro territorio si esprime primariamente nelle relazioni economiche e nelle reti culturali. Oggi nelle nostre aule studiano giovani provenienti da oltre cento Paesi del mondo. Stiamo incrementando l’offerta formativa in lingua inglese e le collaborazioni internazionali. Accogliamo studenti, ricercatori e visiting professor e stiamo investendo nelle condizioni che rendono possibile questa accoglienza: residenze, servizi, strutture sportive. Ricordo tra tutti gli investimenti per quadruplicare il numero dei posti letto all’interno dei nuovi Campus universitari di Montelungo-Colleoni e di Statuto, e in strutture sportive, come il Centro Sportivo Loreto e, dall’anno prossimo, il Cus di Via Statuto. Un’Università diventa veramente internazionale quando uno studente che arriva da un Paese europeo o extraeuropeo non è considerato un ospite, ma diventa parte della comunità; quando gli studenti italiani imparano che confrontarsi quotidianamente con lingue e culture diverse è parte fondamentale del percorso di crescita umano e professionale. L’Università può rafforzare questa prospettiva creando occasioni concrete di relazione, una dimensione umana importante in un mondo sempre più virtuale.
Anche quando i rapporti tra gli Stati si fanno più complessi, le comunità scientifiche devono continuare a collaborare. Una pubblicazione congiunta o un semestre all’estero possono sembrare piccole gocce nel mare agitato della politica internazionale, ma contribuiscono a generare un bene prezioso: la fiducia e la conoscenza reciproca tra le persone. Le Università non possono certamente cancellare i confini della storia, ma possono impedire che diventino confini della conoscenza. È questa l’Università che vogliamo continuare a costruire a Bergamo: radicata nel territorio, italiana ed europea, e proprio per questo aperta al mondo.
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