Il prof di fisica Schettini: «La conoscenza ti permette decidere della tua vita»
L’INTERVISTA. Docente di fisica da vent’anni, noto in rete per «La fisica che ci piace», è uno dei divulgatori più seguiti del web. Nella serata del primo ottobre presenta il suo libro «La scuola che verrà» al NXT a Bergamo.
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Le aule sono piene di schermi, ma sono studenti e professori, a volte, ad apparire spenti. È la diagnosi affettuosa e senza sconti di Vincenzo Schettini. Per il futuro dell’istruzione, dice, servono meno tablet, più attenzione alle persone, e (soprattutto) più fiducia in chi insegna: «Se non rimettiamo l’uomo al centro dell’universo scolastico, è finita».
Docente di fisica da vent’anni, noto in rete per «La fisica che ci piace», Schettini è uno dei prof e divulgatori più seguiti del web. Ha milioni di follower e i suoi libri hanno superato le 200.000 copie vendute. L’ultimo, «La scuola che verrà. Riflessioni nell’era del cambiamento» (Mondadori Electa), è insieme racconto personale e dichiarazione d’amore per l’educazione. Compie un viaggio tra passato, presente e futuro dell’istruzione senza nostalgia né catastrofismi.
Schettini presenterà il libro in città giovedì 1 ottobre alle 20.30 a NXT Bergamo, in piazzale degli Alpini (incontro gratuito su prenotazione su https://bit.ly/SchettiniNXT).
Perché oggi è così difficile catturare l’attenzione degli studenti? È un problema dei ragazzi o della scuola?
«I ragazzi di oggi sono cresciuti, non per colpa loro, dentro la società dello scrolling: un video dura in media tre o quattro secondi, poi si passa oltre. Per trattenere gli utenti, chi crea contenuti punta su ciò che colpisce, spesso su immagini spaventose. Nessuno ha avvertito noi adulti degli effetti di questa pratica su concentrazione e apprendimento. Li scopriamo ora, e in parte il danno è fatto. A scuola, dove serve il tempo giusto per capire un concetto, attenzione e concentrazione non durano abbastanza, il cervello si assenta. Se si aggiunge una didattica a volte un po’ datata, con insegnanti che fanno lezione come trent’anni fa, il panorama è desolante».
Educare significa cambiare insieme ai ragazzi. Che cosa deve cambiare nel lavoro di un insegnante?
«Se la lezione classica funziona, va benissimo. Se un insegnante si accorge di non essere ascoltato, deve diventare creativo: per spiegare il secondo principio della dinamica, per esempio, si può partire dalla scena di un film. Ho iniziato a proporre con successo anche “la classe capovolta”: la teoria si comincia a studiare a casa, con video o con il supporto dell’intelligenza artificiale, e in classe poi si fanno esercizi, discussioni, laboratori. Così l’insegnante parte da ciò che i ragazzi hanno capito, lo approfondisce, e si evita che deleghino i compiti alla macchina. Perché se li fa l’IA, a che serve assegnarli?»
Quali innovazioni servono davvero?
«La prima, per me, sarebbe investire sui professori. In questi ultimi anni sono stati spesi milioni per tablet, software, arredi. Le scuole sono piene di schermi, e bisognerebbe chiedersi quanti docenti li accendano davvero. Sogno che vengano stanziati fondi per formare ciascuno su ciò che lo appassiona: per esempio mandare un geologo in un istituto di ricerca a Oslo, un architetto a studiare le case ben isolate del Nord. Tornerebbero in classe con gli occhi che brillano, e trasmetterebbero entusiasmo e nuovi orizzonti agli studenti. Oggi, invece, chiediamo ai professori di compilare carte e partecipare a infinite riunioni. Molti giovani colleghi sono già stanchi e demotivati dopo qualche anno. Restituiamo autorevolezza a chi tiene in piedi la scuola. Altrimenti le macchine prenderanno il nostro posto».
Com’è nata la sua vocazione all’insegnamento?
«Da mia madre, professoressa. Mio padre lavorava alla Olivetti: in casa c’erano lezioni e computer. Io sono diventato insegnante, mio fratello informatico, e non credo sia un caso. Da mia madre ho imparato l’istinto. Per spiegare la storia dell’arte dipingeva i corridoi con gli studenti e li trasformava in gallerie. Mi ha insegnato così che il metodo va disegnato su di sé, come un abito di sartoria: l’istinto è il vero vestito del professore».
Che cosa direbbe a un ragazzo che non ha voglia di studiare?
«Capita spesso che i genitori mi chiedano un video di questo tipo per i figli, e gli dico: in bocca al lupo per il futuro. Studia, perché la conoscenza sarà l’unica cosa che ti permetterà di decidere della tua vita. Altrimenti sarai sempre schiavo di qualcun altro».
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