«Gli inascoltati», il rumore del dolore che nessuno ascolta

IL LIBRO. Diego Minonzio ha presentato a Bergamo il suo primo romanzo, un flusso di coscienza ambientato in una redazione metafora dell’esistenza.

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«Gli inascoltati» siamo tutti noi, che urliamo il nostro dolore, la nostra angoscia, la nostra frustrazione, ma nessuno ci ascolta: perché ciascuno è intento a urlare il suo, di dolore. «Gli inascoltati» (Polidoro, 2026) è il primo romanzo di Diego Minonzio, direttore de «La Provincia» di Como, Lecco, Sondrio, e di Unica Tv. L’autore lo ha presentato sabato pomeriggio 27 giugno alla libreria Feltrinelli, in dialogo con Dino Nikpalj, vicecaporedattore de «L’Eco di Bergamo».

Il libro è un lunghissimo «flusso di coscienza» del «Nuovo Direttore Responsabile del più autorevole quotidiano cittadino», non a caso mai nominato, come mai sono nominate le altre presenze che egli incrocia, come il Grande Inviato Editorialista: «maschere pirandelliane», maschere senza nome nell’«avanspettacolo» della vita. «Pensano di essere importanti e sono solo grotteschi». Ruoli, non persone, dunque indegni di altra nominazione.

Manca poco al discorso di insediamento. In un alternarsi di monologo interiore e voce di un narratore esterno, il Nuovo Direttore Responsabile ripensa tutta la sua vita, che è, in fondo, tutte le vite. La redazione del giornale è «una metafora per rappresentare l’esistenza umana». Con tutte le sue recite ipocrite e insensate, come l’esibizione della lettura mattutina del NYT (senza sapere l’inglese), o la presentazione di libri che nessuno, presentatore in testa, ha letto. La struttura, spiega Minonzio, è ispirata ad «A colpi d’ascia» di Thomas Bernhard» (autore prediletto, da cui anche la citazione in esergo). Il giorno dell’insediamento coincide con l’arrivo de «la grande notizia che avrebbe cambiato i destini del mondo». In realtà non avrebbe cambiato un bel nulla, perché per ogni essere umano «i momenti decisivi sono sempre quelli legati a sé e al microscopico mondo raccolto attorno alla propria microscopica esistenza. Un meccanismo antropologico di difesa, che ci consente si sopravvivere».

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Quello che incide davvero sono le microscopiche non-notizie che «ci hanno graffiato il cuore nell’infanzia: quello che ti accade nell’infanzia ti segna per sempre». Il nuovo Direttore Responsabile diventa Direttore perché deve sanare un «graffio» esistenziale, un trauma infantile, un conflitto mai risolto con il padre: l’archetipo eterno di Edipo, riattualizzato nei Karamazov. «Mi vendico diventando importante». Per diventare importante «fa qualunque cosa», ma alla fine deve rendersi conto che «il successo è un fallimento, che il figlio è diventato suo padre», in un assurdo rito di sostituzione freudiana. Stando così le cose, quello che resta in piedi, che vale comunque la pena, è «provare una gran pena per gli altri, per tutti, anche per i peggiori, falliti, squallidi, brutti, un attimo prima di sparire e crepare, come dice Céline in «Viaggio al termine della notte». Questo è un valore. In questo disastro di secolo vuoto, provare pena nei confronti degli altri e di se stesso è una cosa che può riscattare un’esistenza, sia dal punto di vista laico che di fede.

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