Antonietta, pellegrina di speranza: il viaggio a Lourdes e la guarigione

LA STORIA. Malata di Sclerosi Laterale Primaria, dopo la visita al santuario è tornata a camminare.

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«La causa principale della guarigione è l’amore», ha scritto Paracelso cinque secoli fa. Una frase che sembra fatta apposta per Antonietta Raco, 68 anni, guarita da una malattia rara e degenerativa, la Sclerosi laterale primaria, dopo un pellegrinaggio a Lourdes. Una donna che ha attraversato il buio della malattia sostenendosi con la fede, la preghiera, e la vicinanza di una famiglia che non l’ha mai lasciata sola.

Antonietta è originaria di Francavilla in Sinni, in Basilicata, ed è la settantaduesima persona nella storia del Santuario di Lourdes la cui guarigione è stata riconosciuta come miracolo dalla Chiesa. Una storia che non si consegna facilmente alle parole chiede cautela e rispetto.

Nei giorni scorsi l’ha raccontata a Bergamo, invitata con Pippo Schettino, medico rianimatore, per una serata di formazione sulla guarigione nella fede cristiana dal titolo «Da Lui usciva una forza che guariva tutti» (Lc 6,19), promossa dagli uffici pastorali diocesani per i Movimenti Religiosi Alternativi, per la Salute e per il Primo Annuncio. Nella stessa giornata ha sostato al Santuario di San Giovanni XXIII a Sotto il Monte e al monastero delle suore clarisse di Boccaleone, dove l’abbiamo incontrata. Racconta la sua storia con semplicità e umiltà, facendo affiorare coraggio, dolcezza e tenacia, offrendo una testimonianza salda di speranza.

Una debolezza invincibile

Prima della Sclerosi Laterale Primaria, Antonietta aveva già combattuto per otto anni contro un tumore subendo diversi interventi, l’ultimo a gennaio del 2004. Poi, una notte di maggio dello stesso anno, aveva sentito una debolezza invincibile, le gambe che cedevano. Aveva iniziato a camminare con le stampelle, poi si è resa necessaria la sedia a rotelle. Le sue difficoltà di movimento erano evidenti, ma nonostante visite ed esami per un anno nessun medico era riuscito a fornirle una diagnosi precisa.

Un giorno, durante una visita programmata all’ospedale Molinette di Torino per le terribili cefalee a grappolo di cui soffriva, un anestesista si è accorto della gravità dei disturbi che manifestava, indirizzandola a un neurologo. Dopo quaranta giorni di ricovero e una serie di nuovi accertamenti è arrivata infine la diagnosi di Sclerosi Laterale Primaria, variante molto rara della Sclerosi laterale amiotrofica. La malattia le ha tolto progressivamente la possibilità di controllare i movimenti, coinvolgendo prima il lato sinistro, poi il destro, le braccia, la deglutizione, il respiro. Così Antonietta si era ridotta a vivere in uno spazio limitatissimo, tra il letto e il divano.

In quei momenti così difficili, non aveva perso la fede, e i suoi appuntamenti fissi, quelli per cui trovava comunque la forza di farsi portare fuori di casa, erano tutti legati alla preghiera, a partire dalla Messa domenicale: «Non mi importava se pioveva, c’era vento, faceva freddo. Mio marito e i miei figli sapevano che mi dovevano comunque accompagnare, e lo facevano

«Quando mio marito usciva per qualche commissione, io restavo sul divano e guardavo fuori, dove c’è una collina con gli ulivi. In quei momenti pensavo alla mia condizione, a tutti i pezzi del mio corpo che stavo perdendo, piangevo e pregavo»

sempre». Si nutriva di quei momenti, che l’aiutavano a ritrovare un po’ di serenità. Solo quando era sola si permetteva di cedere e di concedersi qualche lacrima. «Quando mio marito usciva per qualche commissione, io restavo sul divano e guardavo fuori, dove c’è una collina con gli ulivi. In quei momenti pensavo alla mia condizione, a tutti i pezzi del mio corpo che stavo perdendo, piangevo e pregavo. «Signore – dicevo – tu eri nell’orto degli ulivi, sapevi che da lì a poco i soldati ti sarebbero venuti a prendere, ma non sei scappato. Dai anche a me quella forza. Non mi abbandonare». Era una preghiera accorata, senza retorica. La stessa, ammette, che continua a dire ancora ogni mattina. Ogni giovedì arrivava Suor Laura con la Comunione. «La mia casa è soleggiata perché ci batte il sole dalla mattina alla sera, ma quando lei entrava mi sembrava che la luce non finisse mai». In questi piccoli squarci di vita, Antonietta trovava la forza di andare avanti senza arrendersi alle difficoltà.

Il pellegrinaggio

A dicembre del 2008, Antonietta aveva trovato sul giornale della diocesi la notizia di un pellegrinaggio a Lourdes con l’Unitalsi. Era il suo sogno andarci, fin da bambina. Ne aveva parlato con suo marito Antonio, ma si era resa conto subito di non avere le risorse necessarie: dovevano vivere con un solo stipendio e c’erano i grossi impegni delle spese mediche, i viaggi a Torino ogni tre mesi. Così aveva deciso di lasciar perdere. Ma i suoi figli avevano già deciso di aiutarla a realizzare quel sogno. Poco tempo dopo, una mattina di giugno, suo marito l’aveva portata con una scusa a Lagonegro, aveva parcheggiato davanti alla sede dell’Unitalsi, e raccolto la borsa con tutti i suoi documenti medici. «Ma cosa fai?» aveva chiesto lei, stupita. «Tranquilla - le aveva spiegato -. I tuoi figli ti hanno pagato il viaggio».

Antonietta sarebbe partita quindi da sola su un treno bianco, nel reparto dei «barellati», i malati più gravi e non autosufficienti, dipendendo da persone sconosciute per ogni necessità: «Nonostante questo – ricorda – la voglia di intraprendere quel pellegrinaggio era più forte di ogni preoccupazione». Sul suo treno c’era anche il dottor Pippo Schettino, come responsabile sanitario del pellegrinaggio. Quando aveva visto Antonietta arrivare sulla barella, si era agitato, e aveva chiamato subito il suo responsabile, perché non riteneva che lei fosse in condizione di viaggiare: «Ma chi avete fatto salire – aveva chiesto –? È troppo rischioso portarla». Erano previste, infatti, oltre trenta ore di viaggio, senza possibilità di intervento in emergenza, e lei aveva una malattia progressiva e incurabile, che poteva degenerare in qualsiasi momento. «Andai su tutte le furie – racconta il dottor Schettino – Loro si affidavano alla fede, ma la responsabilità medica era mia».

Appena arrivata, la sera stessa, Antonietta aveva sentito una spinta interiore difficile da descrivere: doveva recarsi alla grotta, subito. Le volontarie avevano deciso di accontentarla.

Il viaggio, nonostante tutto, era andato liscio. Schettino poi aveva continuato a seguire Antonietta a distanza, in silenzio, con cura, attenzione e qualche timore. «Mi accorgevo che lei era tranquilla – dice –, e questo, almeno, mi rassicurava».Era il suo secondo viaggio a Lourdes. «Non ero ancora credente – osserva –, o forse non abbastanza». La parte medica, ricorda, prevaleva ancora su tutto il resto. Appena arrivata, la sera stessa, Antonietta aveva sentito una spinta interiore difficile da descrivere: doveva recarsi alla grotta, subito. Le volontarie avevano deciso di accontentarla. Si era formato un piccolo gruppo e insieme erano andati.

La visita alla grotta

Davanti alla grotta aveva pregato per una bambina del suo paese, gravemente malata. Non aveva chiesto nulla per sé: «Solo la pace interiore e il coraggio di affrontare la sofferenza che mi aspettava». Ogni giorno, da lì in poi, è stato come un tassello aggiunto a un processo di guarigione, che ha riguardato prima l’anima, poi il corpo.

Alle piscine del santuario, mentre veniva immersa nell’acqua, aveva provato un dolore acuto alle gambe, ma questo non l’aveva distolta dalla preghiera. Poi aveva avvertito invece una sensazione profonda di pace, benessere e leggerezza, si era sentita accompagnata da una voce materna che le diceva «Non avere paura». L’ultimo giorno, nella stanza dell’albergo, aveva sentito una pressione interiore a inginocchiarsi, e alla fine, con sorpresa, era riuscita a farlo, come atto di devozione e gratitudine per l’esperienza intensa, emozionante e coinvolgente di fede e condivisione, che aveva vissuto insieme con gli altri malati e i volontari.

Al ritorno, alla stazione di Battipaglia la aspettavano suo marito e un figlio. A casa, tutto era rimasto uguale, ma lei sentiva di essere diversa: lo aveva subito detto al marito. Lo aveva chiamato e si era alzata in piedi, dritta come ormai non era più stata da anni, aveva mosso perfino qualche passo in giro per la stanza. Suo marito le era corso dietro nel timore che si facesse male, e alla fine, quando si era ripreso dallo stupore, l’aveva abbracciata forte.

Nel novembre 2024 è arrivata la lettera dal Santuario di Lourdes che segnava la chiusura della pratica, riconoscendo la guarigione come completa, duratura e inspiegata scientificamente

Dopo quella sera, Antonietta ha parlato dell’accaduto con il parroco, ed è tornata a farsi visitare in ospedale. Ne sono seguiti quindici anni di indagini da parte del Bureau des Constatations Médicales de Lourdes, con discussioni accese tra specialisti di tutto il mondo. Il dottor Schettino, che ha preso parte a quei confronti, ripercorre tutto il processo con precisione: «Hanno chiesto di ripetere più volte gli esami, a un certo punto anche di sottoporre Antonietta a perizie psichiatriche». Il Covid ha introdotto in quel cammino un periodo di sospensione. In seguito, la commissione ha decretato che la guarigione per le conoscenze della scienza medica era avvenuta in modo inspiegabile.

Nel novembre 2024 è arrivata la lettera dal Santuario di Lourdes che segnava la chiusura della pratica, riconoscendo la guarigione come completa, duratura e inspiegata scientificamente. Il 16 aprile 2025, durante la Messa Crismale nella diocesi di Tursi-Lagonegro, il vescovo ha proclamato il settantaduesimo miracolo che ha riguardato Antonietta.

«A me non è cambiato nulla – dice lei con la semplicità che la caratterizza –. La mia vita era già cambiata da tanto tempo, dal 2009, quando ho potuto di nuovo alzarmi in piedi».

La testimonianza

Oggi Antonietta porta volentieri la sua storia nelle diocesi, nelle chiese, negli incontri di formazione come segno di speranza. Racconta con semplicità e concretezza, e nel filo della sua storia si riconosce qualcosa che sfugge a qualsiasi classificazione, alla retorica, alla devozione. C’è piuttosto la sobrietà di chi ha attraversato qualcosa di grande e ne è diventato custode.«Non so perché è successo proprio a me – ripete –. Non sono speciale, sono una persona come tante altre. L’ho letto come un segno della presenza di Dio in mezzo a noi». Anche il dottor Schettino, che era salito su quel treno per Lourdes nervoso e diffidente, quando ne è sceso si è sentito trasformato, e da quel momento continua ad accompagnare il racconto di Antonietta con la sua testimonianza personale: «Come diciamo sempre quando partiamo per questi viaggi, non si torna mai uguali a come si è partiti. Così è stato anche per me».

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