«I tumori da bambina, i mesi di terapia. Poi la forza di ripartire e anche di volare»

Hillary Ruggeri . La giovane di Telgate racconta in un libro la sua storia di riscatto da una brutta malattia.

Ha guardato le nuvole dall’alto, lanciandosi da un aereo col paracadute. Ha fatto capriole nel vuoto, si è lasciata cadere con le braccia aperte, ha provato il brivido di muoversi con agilità, senza pesi, in volo: in quei momenti, Hillary Ruggeri ha potuto assaporare l’ebbrezza della libertà e una connessione con qualcosa di più grande, nell’immensità del cielo.

Sono emozioni rare nella sua vita quotidiana da quando, ancora bambina, le conseguenze di un intervento chirurgico le hanno «tagliato le ali». Ma lei, 24 anni, è una vera «principessa guerriera», come scrive nel libro appena pubblicato in cui racconta la sua storia: «La mia lotta per tornare dal buio» (disponibile su Amazon).

Vive a Telgate con il papà Dario e la mamma Cinzia, il fratello Marco, 28 anni, abita poco lontano. Ne ha passate tante ma non si è mai arresa: con l’aiuto della sua famiglia, che fin dai primi momenti le si è stretta intorno, cerca modi sempre nuovi per superare limiti, affrontare nuove sfide, aprire orizzonti, con tutto il coraggio e la tenacia di cui è capace.

Da piccola si era appassionata alla danza classica, si muoveva leggera sulle punte: «Ero una delle più brave del corso, sempre in prima fila» ricorda con un pizzico di malinconia. Poi è arrivata la scoperta di due piccoli tumori intracranici, un meningioma tra il collo e la nuca e un neurinoma dell’acustico. «Ci hanno consigliato di rimuoverli - spiega Hillary - perché avrebbero potuto causare complicazioni con lo sviluppo, e così abbiamo deciso di procedere».

Non scorderà più la data dell’intervento, il 7 febbraio di sedici anni fa, il giorno in cui tutto il suo mondo è cambiato. A causa di un’emorragia interna avvenuta in sala operatoria, Hillary è entrata in coma: «Ha subito tre operazioni chirurgiche in una settimana - ricorda il papà Dario -, sono stati momenti terribili per noi. Le sue condizioni erano critiche e a un certo punto ci hanno detto perfino che non si sarebbe più risvegliata. Noi però non abbiamo rinunciato a sperare. E fortunatamente abbiamo avuto ragione».

Hillary è rimasta per due mesi in terapia intensiva: «Ho dei ricordi vaghi e annebbiati di quel periodo, ogni tanto mi sembrava di sentire qualcosa, ma non riuscivo a muovermi né ad esprimermi. Ero incosciente, collegata ai mille tubi che mi tenevano in vita, permettendomi di respirare e alimentarmi». Al suo capezzale un giorno si è fermato anche il vescovo di allora, monsignor Roberto Amadei: «Era in ospedale per visitare i malati nell’occasione della Pasqua - racconta - ed era rimasto colpito dal fatto che fossi l’unica bambina in un reparto di adulti. I miei genitori gli hanno ricordato che ci eravamo già incontrati nella mia scuola, “La Traccia” di Calcinate, e lui si è fermato accanto a me per una preghiera e una benedizione, e poi è tornato a trovarmi. Tempo dopo gli ho scritto una lettera e ho avuto la possibilità di restituirgli la visita, quando era gravemente malato, poco prima della sua morte».

Poi è stata dimessa e i suoi genitori l’hanno trasferita all’Istituto di Bosisio Parini, specializzato nella riabilitazione dell’età evolutiva. «Era ancora in uno stato vegetativo - prosegue la mamma - non ci avevano dato nessuna certezza, non sapevamo se si sarebbe ripresa. Ogni giorno cercavamo di osservare anche i più piccoli segni di risveglio, finché mi sono accorta che riusciva a rispondere a domande semplici aprendo e chiudendo gli occhi».

Il periodo successivo è stato lungo e complesso: «Ho dovuto imparare tutto da capo - dice Hillary - come un neonato». Ricorda come una tortura i primi esercizi, fatti per aiutarla a stare di nuovo seduta e poi in piedi: «Hanno usato una struttura mobile per riabituarmi lentamente a diverse posizioni, ma durante quella terapia stavo male e piangevo. Ho cercato di resistere, pian piano la situazione è migliorata».

Le è stata utile la disciplina imparata con la danza: «Durante il percorso riabilitativo ogni giorno mi ponevo degli obiettivi e con molto impegno riuscivo a raggiungerli, sopportando fatica e sofferenza». Sono passati otto mesi e mezzo prima che riuscisse a camminare di nuovo: «Volevo tornare a casa sulle mie gambe e ci sono riuscita, è stata una soddisfazione immensa. Ho dovuto accettare di portare con me la carrozzina per i tratti più lunghi, ma l’importante era aver conquistato di nuovo la mia autonomia di movimento».

È arrivata l’ora del rientro a scuola, con la necessità di immergersi in una nuova normalità dopo tutto questo tempo trascorso in ospedale: «Non mi sono mai più sentita accettata da nessuno - dice Hillary con una punta d’amarezza -. Se hai problemi vieni esclusa da tutto, anche dalle conversazioni più semplici». Un’esperienza che col tempo è riuscita a rielaborare: «Di certo - scrive nel libro - senza tutto questo oggi sarei una persona diversa. Forse non avrei imparato ad andare oltre le apparenze, guardando le cose da diverse angolazioni».

Al termine della scuola secondaria di primo grado ha seguito un corso di formazione professionale all’istituto scolastico della Sacra Famiglia di Comonte. «In quegli anni ho sofferto di solitudine. Purtroppo al momento del mio “incidente” ero troppo piccola e gli amici che avevo prima non mi sono rimasti. Lo racconto nel libro e leggendolo una vecchia compagna di scuola mi ha ricontattato. Ci siamo incontrate e mi ha fatto piacere».

Due anni fa il neurinoma all’acustico è tornato a manifestarsi: «Mi sono accorta che avevo la bocca un po’ storta, ma all’inizio credevo fosse solo un’impressione. Mi guardavo allo specchio e vedevo che la mia espressione era asimmetrica. Negli anni sono stata sottoposta a risonanze magnetiche di controllo ogni sei mesi e nessuna aveva mai evidenziato niente. Dopo aver notato questi disturbi, invece, l’esame ha mostrato che le dimensioni del neurinoma erano cresciute notevolmente e bisognava intervenire chirurgicamente. L’idea mi spaventava molto, per di più l’intervento è stato fissato proprio il 10 maggio, giorno del mio compleanno, ma alla fine è andato bene. Eravamo ancora nel pieno della pandemia, e questo ha acuito il senso di solitudine e preoccupazione».

All’ospedale Hillary, sempre affiancata dalla mamma Cinzia, ha condiviso la stanza con Paola, una signora di Padova, che l’ha incoraggiata a scrivere la sua storia: «Già in molti mi avevano rivolto lo stesso consiglio, ma non ci avevo mai pensato seriamente, non mi sentivo pronta, avevo un po’ paura. In quel momento, invece, parlandone con lei, ho incominciato a pensare che poteva davvero essere una buona idea, anche per mettere ordine in me stessa».

Il percorso è stato accidentato, un esercizio di forza e pazienza, per far affiorare i punti oscuri e sciogliere i nodi: «Ho messo giù una scaletta, poi ho iniziato ad approfondire gli argomenti. Ho dovuto scavare nella mia memoria, rievocando immagini che avrei preferito cancellare per sempre. Mi sono fatta raccontare dai miei genitori il periodo in cui ero ricoverata in ospedale, e anche per loro rispondere è stata un’impresa ardua. Abbiamo speso tutti molte lacrime».

La zia Elena Vavassori, che la sostiene e l’accompagna in tutte le sue avventure, l’ha aiutata a realizzare il suo desiderio: «Abbiamo trovato una editor e le abbiamo affidato la revisione del testo e la divisione in capitoli in vista della pubblicazione. Alla fine mi ha fatto i complimenti per ciò che avevo scritto. Sono molto felice quando mi dicono che il libro trasmette speranza e coraggio ad altre persone in difficoltà».

Con i suoi capelli biondi, la sua eleganza e la sua ironia, Hillary continua a lottare ogni giorno per ricacciare il buio, ma ora ha imparato a farlo con leggerezza: «Sono rimasta disabile, non ho più equilibrio - osserva - e l’ultima operazione mi ha lasciato un’emiparesi alla parte destra del volto, che temo resterà così. Ma preferisco guardare il lato positivo: posso comunque muovermi, ho imparato di nuovo a fare tutto. E non posso vivere sotto una campana di vetro».

A rendere più aspre le giornate sono a volte gli sguardi delle persone, perché non si fa mai amicizia con l’idea di essere «diversi»: «Mi ci è voluto tempo - scrive Hillary nel libro - per capire che ciò che contava non era lo sguardo degli altri ma solo la mia felicità e quella della mia famiglia, delle persone che non mi avevano mai abbandonata, nemmeno nella notte più buia. Dalla bambina dolce e indifesa è nata una donna forte, forgiata dalle sofferenze e dall’impegno profuso per riconquistare ogni gesto, ogni parola».

Per due volte alla settimana, sempre con la zia Elena, frequenta lezioni di yoga: «Mi aiuta molto per l’equilibrio, e a casa mi tengo allenata con il tapis roulant. Quando ho capito che non avrei più potuto danzare ho pianto tanto, poi mi sono adattata. Mi sono posta nuovi traguardi. Mi piacciono le esperienze forti come il lancio dal paracadute, anche questo l’ho provato insieme a mia zia. Sono stata seguita in ogni passaggio dagli istruttori, sempre in condizioni di sicurezza. Sapendo che avevo problemi di equilibrio mi hanno fatto atterrare seduta. È stato bellissimo, mi ha sempre attirato la sensazione di libertà che offre il volo. Ho iniziato la discesa in caduta libera e intorno a me non c’era niente, non ci si poteva fare male. Con il paracadute la discesa è più dolce, ci si sente cullati dalle correnti d’aria. In un’altra occasione abbiamo provato anche il parapendio. Mi entusiasmano l’avventura e il brivido, è bello poterne avere almeno un assaggio ogni tanto».

Ora spera che la sua storia possa essere utile ad altri: «Là fuori, in questo momento, forse qualcuno sta iniziando una dura lotta per riprendersi la vita. E voglio che sappia che vale la pena combattere, anche quando la vittoria sembra impossibile. E voi non fatelo sentire solo, nemmeno per un istante».

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