La malattia vissuta con la forza della fede: «Così ho imparato a conoscere me stesso

CONVERSIONI. Enrico Carminati, 82 anni, da 14 in dialisi. «La mia vita svoltò grazie all’amicizia con due preti».

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«La malattia − scriveva Cioran −, accesso involontario a noi stessi, ci assoggetta alla “profondità”, ci condanna ad essa». È questo il segreto che aiuta anche Enrico Carminati a convivere da 14 anni con la dialisi, e che gli ha permesso di superare un infarto gravissimo nel settembre scorso: ha imparato, con un lento apprendistato, a prendersi cura non solo del corpo, ma anche dell’anima. A chi glielo chiede, lui risponde con un sorriso: «Mi sostiene la fede».

Enrico non racconta una storia di sofferenza, ma di fede, coraggio e famiglia

Ottantadue anni, di Boccaleone, Enrico vive con la moglie Rita in un appartamento in cui le pareti raccontano più di quanto potrebbe fare qualsiasi biografia. Ci sono, in particolare, i disegni di sua nipote, tredici anni, appesi come fossero quadri di una galleria privata. Sulla porta, un post-it colorato: «Ciao nonno, ti voglio bene». In quel messaggio scritto a matita si condensa in fondo il senso di una vita intera.

«Sono le mie gioie», dice Enrico, e si capisce che non è una frase di circostanza: è sposato da quasi sei decenni, ha due figlie, sua nipote disegna con un tocco sensibile e raffinato, e gli regala i suoi lavori migliori, un modo per stargli sempre vicino. Da quattordici anni convive con una grave patologia renale che lo costringe alla dialisi. A settembre un infarto lo ha portato sull’orlo della morte. Eppure, seduto nella sua casa, Enrico non racconta una storia di sofferenza, ma di fede, coraggio e famiglia, con una serenità che, dice lui, «vale anche più della salute».

L’incontro con i preti

La fede, per Enrico, non è mai stata un aspetto scontato. L’ha trovata e conquistata, infatti, dopo un tratto di strada percorso in direzione opposta: «Dai quattordici fino ai vent’anni – racconta – ero convintamente ateo». Rimasto orfano di padre in tenera età, nell’immediato dopoguerra, è cresciuto con la madre, il fratello gemello e la sorella maggiore: «Si può immaginare la miseria, ma con tre punti esclamativi». Lasciato ai margini da molti, aveva trovato amici sinceri tra i ragazzi del Patronato San Vincenzo.

«Ma tu hai letto il Vangelo?»

L’incontro decisivo con la fede è arrivato più tardi, con il volto di don Battista Pagnoncelli. Enrico aveva poco più di vent’anni, studiava ai corsi serali per diplomarsi all’Esperia (oggi Istituto tecnico industriale Paleocapa), una scelta fatta dopo che si era accorto, con il fratello, di non avere prospettive, perché non aveva proseguito gli studi ed era, come dice lui, senza mezzi termini, «un analfabeta di ritorno». La domenica pomeriggio andava al cinema da solo, in centro. Per caso aveva incontrato don Battista in via Masone. «Lo conoscevo da tanto tempo, ma non lo trattavo bene», ricorda oggi, quasi imbarazzato per essere stato, a quel tempo, un ragazzo un po’ insolente. «Lui comunque, con pazienza, mi ascoltava, senza ribattere». Solo molto più tardi Enrico ha scoperto che quel prete si preoccupava per lui e usciva apposta, breviario in mano, per intercettarlo su quella strada, alla stessa ora, ogni domenica. Un giorno don Battista gli aveva chiesto: «Ma tu hai letto il Vangelo?». Enrico aveva risposto con orgoglio, da ventenne ribelle: «Ascolti Don, lasci perdere. Io leggo solo il libro rosso di Mao». Il sacerdote, senza scomporsi, gli aveva risposto: «Facciamo così: tu leggi il Vangelo e lo mediti come hai meditato il libro rosso di Mao, e quello lo passi a me, che farò lo stesso». Un patto onorato da entrambi. In modo sorprendente, per Enrico è stato l’inizio di «una storia di fede molto accentuata, proporzionalmente di gran lunga superiore al mio ateismo».

Da lì, un’altra amicizia con un sacerdote ha segnato la sua vita: quella con don Carlo Tarantini, coetaneo di Enrico, appena ordinato. «Un giorno, poco dopo aver iniziato a leggere seriamente il Vangelo, avevo sentito un bisogno profondo di entrare in chiesa. Gli avevo detto: Don, confessami. E da lì era nata una bella amicizia». Era iniziato così, quasi per caso, il suo cammino da volontario in parrocchia, in un tempo in cui, dice oggi con la lucidità di chi può rileggere il passato con occhi nuovi, «quelle esperienze le avevo vissute in modo inconsapevole».

La malattia della figlia

C’è un momento, nella vita di Enrico, che lui stesso definisce una svolta cruciale: un pellegrinaggio a Lourdes, alla grotta, dove – combattuto tra l’idea che qualcuno gli aveva suggerito di farsi prete e quella di sposarsi – pregava con una sincerità quasi rabbiosa: «Maria, tu dici di essere la madre di tutti gli uomini, io di qua non mi muovo se non mi fai trovare la strada». Quella notte era il suo turno di veglia, perché era il più giovane tra i volontari, e gli era toccato quindi fare l’assistenza notturna. Accanto a lui, come infermiera, c’era una ragazza, Rita. Un incontro inaspettato e fulminante: otto mesi dopo si erano sposati. «Non ho ancora capito cosa l’abbia attirata –, dice lui ridendo –, ma da allora siamo rimasti sempre insieme. Ci vogliamo un bene infinito».

La promessa

Tempo dopo, quando la seconda figlia aveva dodici anni, un episodio aveva cambiato per sempre il rapporto di Enrico con la sofferenza e con la preghiera. La bambina stava molto male, i medici del Pronto soccorso avevano rassicurato la famiglia, ma era stato il cognato – medico – a capire che si trattava di una peritonite perforante, con la necessità di intervenire d’urgenza. Fermo davanti a un semaforo, Enrico aveva stretto nel suo cuore un patto silenzioso con Dio: «Se tu mi fai vedere mia figlia correre di nuovo nel cortile, io mi metto a tua disposizione, per sempre, come Simone di Cirene». Non ha dimenticato quella promessa, che l’ha accompagnato per molto tempo, soprattutto all’insorgere della malattia, durante un viaggio di lavoro a Napoli: «Ho avuto un primo, drammatico episodio di blocco renale. Da lì è iniziato un percorso difficile, costellato da tanti problemi di salute».

Da quattordici anni, per tre volte a settimana, Enrico affronta la dialisi, con una tranquillità che sorprende chi lo ascolta: «Non ho problemi – dice sorridendo –, mantengo la mia calma, soprattutto grazie alla preghiera. Poi, magari, capita che sia un po’ nervoso con le mie figlie, perché i piccoli intralci quotidiani, a volte un po’ disordinati, non te li toglie nessuno. Penso che nemmeno i santi fossero immuni da difetti».

A un certo punto una suora dell’oratorio gli ha proposto di diventare ministro straordinario dell’Eucarestia. Enrico ha esitato, colpito dall’importanza di questo compito, ma poi ha accettato. È un’esperienza che lo ha segnato profondamente: «Portare la comunione ai malati è un’occasione di incontro importante e intensa, permette di offrire conforto e speranza a persone fragili, e allo stesso tempo aiuta a sentirsi più vicini a Gesù».

Il 22 settembre dello scorso anno, un infarto lo ha portato in ospedale in condizioni gravissime. «Come sto?», ha chiesto al medico dopo la coronarografia. «È in grave pericolo di vita», gli ha risposto il cardiologo. In quel momento, racconta con la voce che si incrina appena, «non ho pensato a niente, solo alla mia anima. Mi sono affidato a Dio, ho pregato che vegliasse su mia moglie e le mie figlie». Sopravvissuto, continua ad assaporare la vita con speranza, e con la consapevolezza di avere ancora un compito da svolgere: «Non so di preciso quale sia, magari è quello di stare vicino ad altre persone malate come me, e stringere la mano a chi è rimasto solo».

La preghiera

In Terapia intensiva, dopo l’infarto, ha ricevuto l’Unzione degli infermi: «Mi è stata di grandissimo conforto, in quel momento mi sentivo felice. Molti sono convinti che sia destinata solo ai moribondi, ma è un retaggio del passato. A mio parere questo sacramento offre la possibilità di dare senso alla malattia, e di viverla in modo diverso».

Sul tavolo c’è l’articolo pronto per il prossimo bollettino della parrocchia di Boccaleone, dedicato proprio a questo sacramento, in cui racconta la sua esperienza: «È un dono – chiarisce – non solo alle persone in fin di vita, ma anche a tutti i sofferenti. Offre sostegno e conforto spirituale, non è più un’anticipazione della morte, come si riteneva soprattutto in passato. Aiuta a unire le proprie sofferenze a quelle di Cristo e dona forza e speranza nella malattia, per non sentirsi mai abbandonati, neanche nei momenti più difficili».

La moglie Rita

Dietro ogni giornata di Enrico c’è Rita, che da sempre – come dice lui – «tiene la barra dritta». Anche nei momenti peggiori, che a volte accadono, in cui Enrico attraversa sofferenze in modo così intenso da sembrargli insopportabili. Rita gli sta vicino, ed è capitato che gli bagnasse la fronte con l’acqua di Lourdes, che tengono sempre sul comodino: e con la bellezza di questo gesto semplice, che li riporta a un luogo amato, alla devozione a Maria e al loro primo incontro, il dolore è passato, e con esso ha scacciato il buio e la disperazione.

Enrico attinge molta forza alla meditazione e alla preghiera: «Mi dedico alla lettura dei testi sacri, a volte scrivo di getto ciò che suscitano in me, a volte invece parlo con Dio, in modo spontaneo, proseguendo un dialogo che dura ormai da tanto tempo, e mi fa sentire di poter condividere ogni momento importante. Quando siamo soli nella sofferenza dovremmo ricordarci di Gesù. Tanto più ti ama, tanto più ti vuole vicino a sé». È un pensiero che ripete spesso, e che spiega meglio di ogni altro la sua vicenda: la malattia per lui è stato come un cammino, che lo ha portato a conoscersi più profondamente, ad accettare le sue vulnerabilità, e perfino ad amarle. «La fede mi dà serenità e, mi lasci dire, anche una gioia interiore, che è difficile comprendere per chi non crede». Non cancella la fatica, ma la trasforma rendendola più leggera.

Sulla porta di casa, accanto ai disegni della nipote, c’è sempre quel post-it colorato: «Ciao nonno, ti voglio bene». Enrico lo guarda ogni giorno, e sorride. È lì, in fondo, la sua vera medicina, quella che gli permette di superare anche le giornate più difficili: non l’assenza della sofferenza, ma qualcuno che la porti insieme a lui.

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