(Foto di Afb)
L’ANALISI. L’incedere dell’Atalanta, in questo girone di ritorno, è quello del Tevere che scorre vicino allo Stadio Olimpico: apparentemente lento ma inarrestabile, gonfio com’è per le forti piogge dei giorni scorsi.
Pieno il fiume, vuoto lo stadio, in questa strana, mite notte romana che riaccende i sogni nerazzurri con la vittoria in casa della Lazio, ma li lascia quasi sospesi, intrappolati in questo gigante sottovuoto. Disertato per protesta dalla stragrande maggioranza dei tifosi laziali, vietato per principio alla maggior parte di quelli bergamaschi.
Se lo chiedete a 100 protagonisti del circo del pallone, 101 probabilmente vi risponderanno di preferire uno stadio pieno, anche se ostile, a uno vuoto e asettico. Pier Paolo Pasolini vedeva nel calcio «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo» perché, come il teatro e a differenza del cinema , «è un rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa».
Ed Eduardo Galeano gli faceva eco affermando che «giocare senza tifosi è come ballare senza musica». L’Olimpico vuoto di sabato sera ha ricordato a tutti i tragici mesi del Covid, quando anche i pochi momenti di gioia genuina, come le partite, venivano consumati a distanza e sottoposti a regole ferree. Lo ricordano benissimo ad Alzano, uno dei centri più colpiti dalla pandemia, da dove in questi giorni si sono mossi a decine per sostenere a Livigno la loro snowboarder Michela Moioli, che li ha ripagati con due storiche medaglie olimpiche: il bronzo individuale di venerdì e l’argento a squadre di domenica.
Emozioni da condividere, come quelle che l’Atalanta si gusterà insieme con i 1.400 tifosi che la seguiranno martedì sera a Dortmund davanti al Muro giallo, la curva che da sola può contenere l’intero stadio di Bergamo. Dalla mite notte romana al gelo della Westfalia, dove si preannunciano minime sottozero e rischio neve. Dai 108 dell’Olimpico ai 1.400 di Dortmund, ai 24 mila che mercoledì prossimo, per il ritorno con il Borussia, riempiranno come sempre l’arena di viale Giulio Cesare. Perché non importa se sia poca o tanta: non c’è calcio, e non c’è sport, senza la gente.
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