«Con la maternità travolta dall’ansia ma uscirne si può»

LA TESTIMONIANZA. Il 10 ottobre è la Giornata mondiale della salute mentale. Il racconto di Stefania, mamma di 26 anni: «In crisi con il primo figlio, l’ho superata grazie al supporto del Consultorio».

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Bergamo

A volte, la gioia più grande si salda con la paura e l’ansia. Il disagio può sovrastare l’amore e la felicità, e allora la maternità diventa un momento complesso e delicatissimo da gestire. Per se stesse, ma anche per il piccolo e per la famiglia. In Italia si stima che la depressione peripartum – il periodo che va dal concepimento al primo anno di vita del bimbo – interessi il 12-18% delle donne. È una situazione diffusa, in certi casi «sommersa», ma che vede un crescente impegno del sistema sociosanitario. Anche questo è uno dei temi al centro della Giornata mondiale della salute mentale che si celebra ogni 10 ottobre anche per fare sensibilizzazione.

Il racconto

Stefania (nome di fantasia), bergamasca di 26 anni, ha un bimbo di 13 mesi; alle spalle, un percorso che le ha permesso di superare quella condizione. «Nell’aprile del 2025 ero incinta di alcuni mesi, e a un tratto è cominciato un pensiero costantemente negativo e cupo. All’inizio ho cercato di farcela da sola, poi ho scelto di affidarmi al Consultorio familiare di Villa d’Almè». La struttura, afferente all’Asst Papa Giovanni, è inserita nella rete di un apposito programma di supporto a coloro che vivono questo problema (si chiama «Pensare positivo»).

«Ero una persona ansiosa, facevo fatica a credere di essere incinta, avevo quasi paura – racconta la ragazza –. Temevo che questi pensieri potessero accumularsi e, una volta nato il bimbo, evolversi in qualcosa di ancora più grave. Abbiamo iniziato delle sedute psicologiche, sia individuali sia di coppia con il mio compagno, e in questi appuntamenti mi sono aperta: raccontavo la mia settimana, cosa mi facesse sentire più triste. Avere questa vicinanza mi ha aiutato a non crollare». E, passo dopo passo, a ripartire. «Ho trovato spazi per me stessa, la serenità dei piccoli gesti: una passeggiata o una chiacchierata con altre mamme; anche questo, oltre al lavoro delle psicologhe e delle ostetriche, permette di uscirne. Alla fine, ho capito di essere sulla strada giusta». Le fasi più aspre sono alle spalle: «Non ho dormito per dieci mesi, la privazione del sonno era l’elemento che influiva di più: toglie la ragione».

L’aiuto

«La depressione nel periodo perinatale è una condizione che interessa un numero significativo di donne, ma ancora troppo spesso accompagnata da silenzio e senso di colpa – spiega Carmen Rinaldi, psicologa dei Consultori dell’Asst Papa Giovanni –. La gravidanza e la nascita di un figlio rappresentano una profonda trasformazione, che coinvolge non solo il corpo e l’assetto ormonale, ma anche l’identità e il ruolo della donna. Non riguarda soltanto la sofferenza materna: la ricerca ha evidenziato associazioni con successive difficoltà nello sviluppo del bambino. Riconoscere precocemente la sofferenza e intervenire significa quindi promuovere la salute della donna e il benessere della relazione madre-bambino».

Parlarne, prosegue l’esperta, vuol dire anche «contrastare lo stigma e favorire la possibilità di chiedere aiuto. Il consultorio è un luogo importante e accessibile di prevenzione, ascolto e sostegno, grazie all’integrazione di diverse professionalità. In questo contesto si inserisce “Pensare positivo”, il progetto di Regione Lombardia che integra la competenza psicologica e ostetrica e può portare il sostegno anche a domicilio, nel contesto quotidiano della maternità». Nella stessa direzione va la continuità assistenziale ostetrica, attivata a Bergamo già dal 2021 ed estesa sull’intero territorio lombardo. Il primo passo è sempre quello della consapevolezza, cui segue la capacità – o possibilità – di domandare aiuto. «È il messaggio che voglio dare alle donne che affrontano questi momenti – riprende Stefania –. È una cosa del tutto normale, può succedere a tutte. Bisogna evitare di giungere al punto critico, circondandosi invece di punti di riferimento, di altre donne e professioniste che comprendano la situazione». «Una testimonianza di questo tipo può contribuire a rendere più riconoscibile una sofferenza spesso vissuta nella solitudine – conclude la psicologa –. Chiedere aiuto non significa essere una madre meno capace, ma prendersi cura di sé».

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