Cura delle malattie del cuore, il ruolo del «Papa Giovanni»

STUDI E RICERCHE. Anche l’ospedale di Bergamo ha preso parte a un lavoro multicentrico internazionale per cercare nuove soluzioni terapeutiche

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Una soluzione in più nel ventaglio terapeutico per una delle patologie col maggior impatto sulla qualità della vita. A fine aprile la Commissione europea ha approvato l’uso del finerenone – un antagonista non steroideo del recettore dei mineralcorticoidi – per il trattamento degli adulti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione del ventricolo sinistro maggiore o uguale al 40%. La decisione giunge all’esito dei risultati di cinque studi di fase 3 «Finearts-Hf», uno studio multicentrico – vi hanno collaborato anche esperti del «Papa Giovanni» – che ha coinvolto complessivamente oltre 20mila pazienti con specifiche caratteristiche d’insufficienza cardiaca sintomatica, ma anche con diverse forme di malattia renale cronica.

La ricerca ha mostrato una riduzione significativa del rischio di morte per cause cardiovascolari e del rischio di peggioramento del quadro d’insufficienza cardiaca, confermando la validità dell’impiego del finerenone. Le prime evidenze consolidate erano state condivise nel 2024, in occasione del congresso della Società europea di cardiologia, e poi pubblicate sul «New England Journal of Medicine», tra le più autorevoli riviste medico-scientifiche al mondo.

«Finerenone – spiega Michele Senni, direttore del Dipartimento Cardiovascolare e della Cardiologia dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e professore di Cardiologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca – nello studio “Finearts” ha dimostrato per la prima volta che un antagonista del recettore dei mineralcorticoidi è in grado di migliorare la prognosi dei pazienti con scompenso cardiaco, con benefici anche sulla qualità di vita. Finerenone è un antialdosteronico non steroideo che, rispetto ai composti steroidei, presenta una maggiore selettività, con una più uniforme distribuzione tra tessuto cardiaco e renale e un rischio più contenuto di iperkaliemia».

Nel mondo si stima che siano oltre 64 milioni le persone che soffrono di insufficienza cardiaca, di cui almeno 15 milioni in Europa: circa la metà di questa platea presenta una frazione di eiezione maggiore o uguale al 40%, quindi entro il perimetro per cui è stata autorizzata la nuova terapia. Il farmaco è stato sviluppato da Bayer: «L’approvazione della nuova indicazione per finerenone nell’Ue rappresenta un’ottima notizia per milioni di pazienti europei con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione superiore o pari al 40% – commenta Simona Gatti, Medical Director di Bayer Pharma Italia -. Ci impegniamo a garantire che i pazienti eleggibili possano accedere a questa importante nuova opzione terapeutica per migliorare i loro esiti clinici.

Finerenone ha dimostrato efficacia nel ridurre il rischio combinato di eventi da insufficienza cardiaca e morte cardiovascolare, indipendentemente dalla terapia di fondo e dal contesto clinico, come evidenziato nello studio Finearts-Hf. Le solide evidenze provenienti da 5 studi di fase 3, che hanno coinvolto oltre 20mila pazienti con diverse forme di malattia renale cronica e/o insufficienza cardiaca, sottolineano il potenziale di finerenone come pilastro terapeutico sia nell’insufficienza cardiaca con Lvef maggiore o uguale al 40%, sia nella malattia renale».

Come approfondisce la nota che annuncia l’approvazione, il farmaco è il primo mirato alla via del recettore dei mineralcorticoidi (Mr) ad aver documentato benefici cardiovascolari statisticamente significativi e clinicamente rilevanti, in uno studio di fase 3, in questa popolazione: «I pazienti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione del 40% o superiore rappresentano una popolazione ampia e in continua crescita, con prognosi sfavorevole e importanti sfide cliniche, tra cui ricoveri ricorrenti per peggioramento della patologia e un elevato rischio di mortalità».

Se attualmente l’insufficienza cardiaca continua a incidere in modo rilevante sulla condizione di vita dei pazienti, con ricoveri ripetuti, sintomi debilitanti e una prognosi spesso incerta, l’arrivo di una nuova opzione terapeutica «contribuisce ad accendere una luce in un ambito che, fino a oggi, ha visto progressi più limitati rispetto ad altre forme della malattia».

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