(Foto di Sergio Agazzi)
IL CONVEGNO. «Pesano la riduzione dell’adesione delle nuove generazioni e l’invecchiamento della popolazione».
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«La richiesta di midollo osseo, sangue e plasma è sempre più alta. Purtroppo però le donazioni non crescono in proporzione. Pesano la riduzione dell’adesione delle nuove generazioni e l’invecchiamento della popolazione». Nelle parole dell’ematologa Anna Falanga, direttrice scientifica della Fondazione Artet, è sintetizzato il problema che affronta la medicina. Le preoccupazioni sono emerse all’Università di Bergamo, di fronte a una platea di studenti, al convegno «Donare midollo, sangue e plasma: una scelta consapevole con ricadute sulla collettività», organizzato da Artet (ricerca su trombosi, emostasi e tumori), Avis provinciale di Bergamo e Fondazione Federica Albergoni per «Insieme si può, insieme funziona», la rassegna di incontri divulgativi sulla cultura della salute con la regia organizzativa nel Centro di servizi per il volontariato.
Il caso della donazione di midollo osseo è particolarmente rappresentativo. Si può fare fino ai 55 anni di età, ma ci si può iscrivere all’apposito registro solo tra i 18 e i 35 anni: per Luca Barcella, direttore del Servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale dell’Asst Papa Giovanni XXIII, è «la donazione dei giovani per eccellenza». Dopo il prelievo salivare e sanguigno si viene «tipizzati», cioè si diventa donatori potenziali: i dati di ogni possibile donatore vengono inseriti in una banca dati internazionale a disposizione di Paesi di tutto il mondo. Quando viene emessa una specifica richiesta di midollo, allora scattano i controlli sulla compatibilità dei potenziali donatori, ma è bassissima, vale per uno su centomila. Per rendere un’idea: a Bergamo, dal 1991 ad oggi, sono stati tipizzate in tutto 18.475 persone; di queste, i donatori (potenziali) «attivi» sono però 11.300, e solo 220 hanno potuto diventare donatori effettivi. Numeri bassissimi, e proprio per questo è essenziale ampliare la base dei donatori potenziali. Laura Castellani, responsabile del Laboratorio di immunogenetica del Papa Giovanni, ha raccontato il caso di un piccolo centro della Val Seriana: «Una mamma aveva perso un figlio di leucemia. Per ricordarlo, ha chiesto a tutti i suoi amici coscritti di farsi “tipizzare”. Pochi mesi fa ben due di loro, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, sono diventati effettivamente donatori. Un caso eccezionale e preziosissimo. Ma la donazione di midollo osseo è ancor meno pubblicizzata di quella di sangue e plasma. Forse perché fa più paura». La donazione di midollo, in effetti, che si tratti di cellule staminali emopoietiche da sangue periferico o di staminali da sangue midollare, è più impegnativa di quella del solo sangue e plasma, più comune, ma si può comunque fare in tutta sicurezza.
E deve essere corale l’impegno per promuoverla. Come fa l’associazione intitolata a Federica Albergoni, la 19enne bergamasca che una leucemia fulminante strappò alla vita nel 2009. «Dopo il “fattaccio” di mia figlia – ha raccontato il padre, Maurizio – decidemmo di dare un senso alla scomparsa della nostra unica figlia». Nacque così uno sforzo unico in Italia: un camper, una vera unità mobile per la tipizzazzione, che gira per il territorio raccogliendo campioni salivari. «In questo modo – ha continuato Maurizio Albergoni - abbiamo contribuito a trovare 2.020 donatori potenziali, di cui 20 effettivi». Quanto a sangue e plasma, alcune criticità sono state messe in luce da Oscar Bianchi, presidente nazionale dell’Avis oltre che guida del Csvnet lombardo e del Csv bergamasco: «Sul sangue intero c’è autosufficienza, il plasma deve invece essere acquistato da Paesi, come gli Usa o la Germania, dove viene prelevato a fronte di un compenso che in Italia è vietato. Ed è giusto così, perché la gratuità è un valore che deve essere assolutamente preservato. C’è il rischio di pericolose distorsioni».
Inoltre, «ogni giorno 1.800 persone ricevono sangue negli ospedali italiani. Ma la donazione viene data per scontata e l’età media dei donatori aumenta». Per questo ci vogliono sensibilità e cultura, come ha ricordato il professor Giuseppe Scaratti del Dipartimento di scienze umane e sociali di UniBg: «Come diceva il filosofo della complessità Edgar Morin, le teste ben fatte, cioè le menti critiche, aperte, capaci di apertura sulla collettività, sono preferibili a quelle piene».
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