Giovanelli: «Accogliere chi è fragile significa non lasciarlo solo»
L’INTERVISTA. Il direttore della Fondazione Angelo Custode racconta servizi, storie e nuove sfide: «Chi vive una fragilità ha bisogno di comunità».
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Bergamo
«Le persone hanno bisogno di essere accolte e di comprendere di non essere sole nell’affrontare una situazione difficile». È da questa consapevolezza che Giuseppe Giovanelli, direttore della Fondazione Angelo Custode, racconta il senso di un’opera cresciuta nel tempo, a partire dall’esperienza dell’Istituto Angelo Custode di Predore, dedicato ai minori, fino alla rete di servizi oggi presente sul territorio bergamasco.
Dai minori ai consultori: una rete per le fragilità
Giovanelli ripercorre la storia e l’evoluzione della Fondazione: dai servizi per adulti con disabilità complessa, residenziali e diurni, ai consultori familiari, tra cui lo storico Scarpellini, fino alle sedi di Trescore, Villongo, Clusone e Calusco. Accanto a questi è nato anche un consultorio più specialistico dedicato agli adolescenti e alle loro famiglie.
La Fondazione accoglie inoltre persone che hanno vissuto l’esperienza dell’Aids e situazioni di marginalità sociale nella casa famiglia Don Beppo. Più recente è invece Casa Maurice Letizia, servizio residenziale per bambini anche molto piccoli, sviluppato in sinergia con i reparti pediatrici degli ospedali e affiancato da un centro diurno e da un polo di neuropsichiatria infantile.
«Anche le cose piccole possono diventare grandi»
Tra i passaggi più intensi dell’intervista, Giovanelli racconta la storia di un padre e del suo bambino con una prognosi infausta. Il desiderio del papà era semplice e immenso allo stesso tempo: poter fare un bagno in piscina con il figlio. Grazie alla piscina riabilitativa della Fondazione, quel momento è diventato possibile.
«Per la maggior parte di noi appare una cosa piccola, quasi ordinaria — racconta — invece per lui e per il suo bambino è stata un’esperienza grande». Un ricordo che restituisce il cuore del lavoro quotidiano della Fondazione: accompagnare, custodire, offrire presenza.
La sfida: portare la comunità dentro i servizi
Giovanelli, arrivato alla Fondazione dopo un percorso di direzione all’Università di Bergamo, parla della sua esperienza come di una «chiamata». E guarda al futuro con un obiettivo preciso: mettere sempre più in relazione i servizi per le persone con disabilità e fragilità con la comunità più ampia.
Oggi sono oltre cento i volontari che entrano in Fondazione, portando «la vita che sta fuori» accanto alle persone accolte. La sfida, spiega il direttore, è costruire percorsi in cui i giovani con fragilità possano alternare il tempo nei servizi al ritorno a casa, trovando però attorno a sé una comunità capace di sostenerli.
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