Il ricordo del 6 luglio 1944: Dalmine, una ferita che il tempo non cancella

L’ANNIVERSARIO. A ottantadue anni da quella tragedia, il dovere della memoria rimane più vivo che mai.

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Dalmine

Ci sono ricorrenze che non appartengono soltanto alla storia, ma alla coscienza di un’intera comunità. Il bombardamento di Dalmine del 6 luglio 1944 è una di queste. A ottantadue anni da quella tragedia, il dovere della memoria rimane più vivo che mai.

Dal cielo centinaia di bombe

Alle 11.03 di quel giovedì mattina, centinaia di bombe sganciate dagli aerei alleati si abbatterono sullo stabilimento siderurgico di Dalmine, allora uno dei principali poli industriali del Paese. In pochi istanti morirono 280 persone e circa 800 rimasero ferite. Le vittime erano in gran parte operai e impiegati che stavano semplicemente svolgendo il proprio lavoro. Anch’io ero presente, inconsapevole testimone di quella giornata. Avevo appena sette mesi e riposavo nella culla della casa di famiglia, in via Pasubio, proprio di fronte all’ingresso della fabbrica, oggi Tenaris. Al piano terra dello stabile aveva sede la storica Cooperativa di Consumo, della quale mio padre, Giuseppe, era stato fondatore e direttore. Il fragore delle esplosioni sconvolse il paese.

Il dolore della popolazione

Senza perdere un istante, mio padre si unì ai soccorritori, impegnandosi con generosità nell’assistenza ai feriti e alle famiglie colpite. Per tutta la vita portò dentro di sé il ricordo di quelle ore. Ogni volta che ne parlava, gli occhi si riempivano di lacrime. A colpirlo più di ogni altra cosa era la disperazione dei familiari, il dolore composto di chi cercava tra le macerie un volto conosciuto, una speranza, un miracolo. In quei momenti drammatici furono punti di riferimento anche il parroco, don Sandro Bolis, e il medico condotto, il dottor Agostino Richelmi. Con straordinario spirito di servizio affrontarono senza sosta un’emergenza che sembrava non avere fine, offrendo assistenza materiale e conforto umano a una popolazione profondamente ferita.

La memoria delle 280 vittime continua a vivere nei racconti di chi c’era, nelle famiglie che hanno custodito quelle storie e nella coscienza di Dalmine

Anni dopo, durante la mia attività di cronista per L’Eco di Bergamo, ebbi il privilegio di incontrarli entrambi più volte. Le loro testimonianze erano di una forza impressionante. Raccontavano di uno scenario apocalittico: lo stabilimento ridotto a un immenso ammasso di macerie, edifici sventrati, lamiere contorte, fumo e polvere ovunque. Estrarre i corpi degli operai rimasti sepolti sotto i crolli fu un lavoro lungo, doloroso e spesso disperato. Ma ciò che più li aveva segnati erano i volti delle persone. Le lacrime delle vedove, il silenzio dei genitori che avevano perso un figlio, l’angoscia di bambini rimasti improvvisamente orfani. Eppure, proprio quelle madri, pur devastate dal dolore, trovarono la forza di rialzarsi per proteggere i propri figli e dare loro un futuro, trasformando la sofferenza in coraggio. Il tempo ha attenuato il fragore delle bombe, ma non il ricordo di quella mattina. La memoria delle 280 vittime continua a vivere nei racconti di chi c’era, nelle famiglie che hanno custodito quelle storie e nella coscienza di Dalmine. Ricordare non significa soltanto commemorare il passato. Significa rendere omaggio a uomini e donne che persero la vita mentre lavoravano, riconoscere il valore di chi prestò soccorso con straordinaria dedizione e trasmettere alle nuove generazioni il senso profondo della pace. Perché una comunità che conserva la propria memoria è una comunità che sa guardare al futuro senza dimenticare le proprie radici.

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