Percorsi diversi per caratteristiche Biologiche diverse

LA LOTTA AL TUMORE DELLA MAMMELLA. Massimo Grassi (Humanitas Gavazzeni): «Ricevere una stessa diagnosi di malattia non vuol dire ricevere lo stesso trattamento terapeutico. Oggi le cure sono personalizzate».

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Bergamo.

Negli ultimi anni la ricerca ha modificato profondamente il percorso di cura del tumore della mammella: non esiste più un unico modello terapeutico valido per tutte le pazienti, ma strategie differenti sulla base delle caratteristiche del tumore, della sua estensione, del profilo biologico e delle condizioni di ogni caso. Ne abbiamo parlato con il dott. Massimo Grassi, responsabile della Breast Unit di Humanitas Gavazzeni.

La diagnosi

Ma cosa succede oggi quando una donna riceve una diagnosi di tumore della mammella? «Una diagnosi di tumore della mammella - spiega il dott. Grassi - non significa automaticamente dover affrontare lo stesso percorso terapeutico di un’altra paziente. Oggi siamo in grado di caratterizzare la malattia in maniera molto più precisa rispetto al passato. Dopo la diagnosi è fondamentale definire non soltanto dove si trova il tumore e quanto è grande, ma anche quali sono le sue caratteristiche biologiche. Questi elementi ci permettono di stabilire quale sia la strategia più appropriata. È proprio questo il significato della medicina personalizzata: non trattiamo semplicemente un tumore della mammella, ma quella specifica malattia in quella specifica paziente».

La Breast Unit

Quello della «Breast Unit» è un lavoro oltremodo prezioso. «È fondamentale - sottolinea Grassi - perché il trattamento del carcinoma mammario non è più affidato a una singola figura professionale. La paziente viene presa in carico da un gruppo di specialisti che condividono informazioni e competenze. La multidisciplinarietà permette di discutere ogni singolo caso e di stabilire la sequenza delle diverse terapie. Il chirurgo, l’oncologo, il radioterapista, il radiologo, l’anatomopatologo e gli altri professionisti coinvolti contribuiscono in maniera corale alla definizione del percorso».

L’operazione

La chirurgia rimane un momento centrale del trattamento, anche se il modo di operare è cambiato. «È cambiato moltissimo - dice Grassi - . Qualche decennio fa, l’approccio era spesso molto più demolitivo. Oggi, quando le condizioni cliniche lo consentono, l’obiettivo è ottenere il miglior controllo oncologico possibile limitando l’impatto dell’intervento».

Un altro tema molto discusso è quello della chirurgia dell’ascella, ma anche qui si sta andando

«L’obiettivo è ottenere il miglior controllo oncologico possibile limitando l’impatto dell’intervento»

verso interventi sempre meno invasivi. «La gestione dell’ascella - dice Grassi - è uno degli ambiti nei quali negli ultimi anni abbiamo assistito a una significativa evoluzione. L’obiettivo è evitare interventi più estesi quando non sono necessari. La biopsia del linfonodo sentinella ha già permesso, in molte pazienti, di ridurre notevolmente l’aggressività della chirurgia ascellare rispetto al passato».

La tipologia di tumore

Anche perché oggi conta «moltissimo» conoscere la biologia del tumore. «Il carcinoma mammario non è una singola malattia, ma comprende diversi sottotipi biologici che possono avere comportamenti e risposte differenti alle terapie».

Ecco perché la ricerca sta virando verso una maggiore appropriatezza dei trattamenti più che verso una loro riduzione. «Ridurre un trattamento - precisa Grassi - non significa necessariamente curare meno. Significa capire quando quel trattamento è indispensabile e quando, invece, possiamo ottenere Io stesso risultato oncologico con un intervento meno invasivo».

Oggi conta «moltissimo» conoscere la biologia del tumore della mammella

Qual è il messaggio che vorrebbe dare a una donna che riceve una diagnosi di tumore della mammella? «Il primo messaggio è di non sentirsi sola e di non pensare immediatamente al peggio. È importante affidarsi a un percorso specialistico e multidisciplinare. La ricerca, inoltre - conclude il responsabile della Breast Unit di Humanitas Gavazzeni -, ci sta insegnando che possiamo essere sempre più precisi: identificare meglio il tumore, scegliere meglio le terapie e, quando possibile, ridurre gli effetti collaterali e l’impatto dei trattamenti. L’obiettivo non è soltanto curare il tumore, ma curare la persona, cercando di garantire il miglior risultato oncologico possibile e, allo stesso tempo, la migliore qualità di vita»

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