Stromberg a L’Eco: «Un calcio tutto nuovo. Serve tempo, ma arriverà»

L’INTERVISTA. Glenn Stromberg, storico capitano dell’Atalanta, invita alla calma davanti a partite ancora molto imperfette. «Automatismi faticosi da applicare. Ma col Cagliari l’ho vista meglio».

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Calma. Perché c’è la teoria e c’è la pratica, e non sono la stessa cosa. Perché si può giocare al calcio dei videogiochi e fare rovesciate che nemmeno Zampagna, ma poi in campo magari non sapremmo fare uno stop decente. Teoria e pratica, e il futuro dell’Atalanta si gioca su questo passaggio: quando finiranno la teoria, l’apprendistato, l’addestramento, allora vedremo una squadra che non deve più pensare a cosa dice la teoria, perché la pratica viene da sola. Dice tutto questo Glenn Stromberg, e fine delle presentazioni: bastano nome e cognome. E lo dice perché calcio ne ha giocato tanto, anche con la fascia di capitano dell’Atalanta, e perché calcio ne ha visto tantissimo, e ne vede tantissimo. E situazioni così, hai voglia quante.

Glenn, l’ambiente atalantino è abbastanza una pentola a pressione. Serve la sua parola saggia: come sta l’Atalanta?

«Sta come tutte le squadre che hanno cambiato radicalmente modo di giocare: devono imparare, e sarà banale dirlo, ma per imparare a fare bene una cosa complessa occorre tempo».

A lei capitò una situazione simile, da giocatore?

«Io ho giocato a zona i primi anni con Eriksson, prima al Göteborg e poi al Benfica. E quando nel 1984 sono arrivato all’Atalanta, ho trovato un allenatore che giocava a uomo, Sonetti. Quasi tutti in Italia giocavano a uomo in quegli anni. E ho dovuto imparare, ovviamente non è stato facile per niente».

Sappiamo bene le storie delle discussioni con Sonetti, che ci rimise pure un orologio frantumato contro una lavagna.

«Se tu hai giocato tanti anni con un sistema, può anche essere che la testa sappia bene cosa devi fare nel sistema nuovo, ma in campo devi decidere in una frazione di secondo, e magari in quell’istante fai quello che hai fatto in passato, come per esempio seguire l’uomo sempre, mentre magari in quel momento lo avresti dovuto lasciare a un altro, titolare di quella “zona”».

Ok, ma tutti si domandano quanto dovremo aspettare.

«È la domanda delle domande, e non c’è una risposta certa e precisa. Tutte le squadre che cambiano sistema di gioco studiano tantissimo a tavolino, come muoversi in una certa situazione, cosa fare in un’altra. Le regole sono chiare, i principi da applicare anche. Tu vai in campo e nella tua testa ti ripeti in continuazione cosa devi fare. Poi però ripeto, succedono quelle frazioni di secondo in cui magari prendi una decisione sbagliata. O la prendi giusta ma con un attimo di ritardo, e in quell’attimo hai disorientato un tuo compagno, si crea un buco, e mentre sei lì che pensi ti hanno fatto gol».

Leggi l’intervista completa su L’Eco di Bergamo di mercoledì 16 settembre

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