«Gleno, rudere e memoria.La nostra Diga va salvata»

LA RIFLESSIONE. Dopo il crollo di maggio e la messa in sicurezza si valutano altri interventi a Vilminore di Scalve. Nel 2023 il Parco delle Orobie pensò di acquisirla.

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Di massi rotolati a terra, in questi decenni, se n’erano visti già parecchi. Chi sale alla Diga del Gleno con occhio critico lo sa: fragile è fragile, un rudere di cristallo. E infatti nel 1923 si squarciò e portò la morte. Oggi che, da oltre cent’anni, conserva il prezioso ruolo di monumentum di quello che in Valle di Scalve è chiamato «Disastro», sottovoce per rispetto di chi non c’è più – furono almeno 359 i morti di quel 1° dicembre, da Bueggio di Vilminore alla Corna di Darfo –, il grande muraglione spezzato è meta di tanti escursionisti.

Il crollo risalirebbe alla metà di maggio e ha preoccupato non pochi scalvini, legati in modo indissolubile a un pezzo che ha fatto la loro storia

Chissà se anche le decine di persone presenti ieri mattina nella piazza di Vilminore, in attesa del bus navetta che li avrebbe portati a Pianezza, avranno poi lanciato lo sguardo – una volta giunti nella piana del Gleno – in cima all’ultima arcata, nel troncone di sinistra. Lì ora c’è un inquietante vuoto. Il crollo risalirebbe alla metà di maggio e ha preoccupato non pochi scalvini, legati in modo indissolubile a un pezzo che ha fatto la loro storia. L’eco delle celebrazioni del Centenario, organizzate tre anni fa, è ancora viva in valle e «sapere che un altro pezzo di diga è crollato ci riempie di inquietudine» dice un anziano del posto.

Ma se è risaputo che questo sbarramento a uso idroelettrico fu costruito con materiali non consoni, se si sa che l’effetto del tempo e delle intemperie non può che aggravare un equilibrio instabile, che fare per salvare la Diga? In tanti si interrogano, sollecitati da quest’ultimo cedimento. «Negli ultimi trent’anni non era mai successo ci fossero crolli visibili come questo – racconta Davide Tontini, presidente del Parco delle Orobie e che nel 2023 è stato parte attiva nel comitato generale del Centenario del Gleno oltre che coordinatore del comitato tecnico scientifico –, sappiamo che si tratta di un monumento più che di un’opera ingegneristica e richiede un certo tipo di cura». Una cura che «non deve essere limitata all’emergenza» aggiunge. Scoperto l’ultimo crollo, la società Enel Green Power che è proprietaria della Diga è infatti intervenuta, ma «ora – prosegue Tontini – a seguito di questo evento siamo tutti consci del fatto che il degrado è arrivato al punto in cui può provocare crolli strutturali ulteriori: si dovrà quindi pensare a interventi globali e sicuramente Enel per dimensioni e capacità economica è in grado di sostenere questo tipo di opere».

Qualcuno aveva ventilato l’idea di acquistare lo sbarramento antico anzi, lui stesso l’aveva proposto «tre anni fa al mio predecessore alla guida del Parco delle Orobie, Yvan Caccia, quando aveva avviato l’iter per eventuali acquisizioni grazie a un bando regionale. «Ma non fu possibile poiché catastalmente tutto l’impianto di grande derivazione delle centrali del Povo e di Valbona comprende anche i ruderi della vecchia diga, per acquistarlo servirebbe andare a modificare questo agglomerato che comprende l’impianto. A livello poi di opportunità, ci si era anche resi conto che è un onere non irrilevante». Grazie a quel bando il Parco acquistò, oltre alla sede di Albino e all’ex demanio sciabile di Valcanale, anche la piana del Gleno, parte a novembre 2024 e parte ad aprile 2026.

«Crollare pezzo dopo pezzo? No, questo mai! Si sapeva che la Diga fosse malmessa, ma non ci si aspettava potesse crollare. Tra l’altro questo ultimo spuntone era stato oggetto di un intervento di consolidamento una decina di anni fa. Certo è un rudere esposto al maltempo da cent’anni...»

Anche Giovanni Toninelli è convinto che sia necessario intervenire per evitare di perdere, pezzo dopo pezzo, questo muto testimone di storia. Ex sindaco di Vilminore e ora parte del direttivo e segretario tesoriere di «Scalve Mountain», l’associazione presieduta da Ernesto Duci che ha promosso e finanziato l’impianto di illuminazione emozionale della Diga, poi ceduto al Comune, a chi gli chiede se ci si debba rassegnare di fronte a questi crolli risponde deciso: «Crollare pezzo dopo pezzo? No, questo mai! Si sapeva che la Diga fosse malmessa, ma non ci si aspettava potesse crollare. Tra l’altro questo ultimo spuntone era stato oggetto di un intervento di consolidamento una decina di anni fa. Certo è un rudere esposto al maltempo da cent’anni...». E dopo il crollo di maggio «Scalve Mountain» si è attivata «per mettere in sicurezza, di concerto con Enel, il sito» e infatti, disgaggiato il materiale pericolante, sono state messe nuove reti ampliando la porzione protetta, anche sul retro, per fare da dissuasore a chi si voglia avvicinare troppo o abbia addirittura la malsana idea di salirci. «Stiamo anche cercando delle soluzioni risolutive, credo si possa davvero impostare un intervento coordinato con l’attuale proprietà» conclude Toninelli.

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Più tiepida la parte politica. Il sindaco Pietro Orrù ritiene che sia «il destino di quel fabbricato crollare, un pezzo alla volta. Ha più di 100 anni, non si è mai fatta manutenzione e questi sono i risultati. È un monumento a cielo aperto, è come parlare del Colosseo: è come è a futura testimonianza, ma penso nessuno si sogni di comprarlo per ricostruirlo».

E la Diga resiste addossando sulle proprie arcate «un enorme valore di memoria – ricorda Tontini –. Se non ci fosse questo valore la si potrebbe tranquillamente escludere dal percorso escursionistico e di conseguenza non avremmo più problemi di sicurezza, ma è un testimone del disastro tecnico di oltre cent’anni fa e va preservato». I 40mila visitatori che la raggiungeranno sanno anche questo. Salire al Gleno è molto di più che camminare.

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