«Fontana voleva mantenere la zona gialla». I pm: Alzano, l’ospedale non fece da focolaio

Inchiesta Covid.Nel fascicolo la mail del governatore. La consulenza di Crisanti: il virus si propagò per mancanza di mascherine e perché la Regione ignorò il piano pandemico nazionale. Miozzo: Conte prudente sulla zona rossa. La difesa di Fontana: che caso, Crisanti è senatore Pd.

C’è una mail che parte dalla Regione nei primi giorni della pandemia e arriva a Presidenza del Consiglio, Ministero dello Sviluppo economico e dell’Interno per chiedere di mantenere la zona gialla. Sono le 16,59 del 28 febbraio 2020, l’indice di contagio è già alto. Il mittente è il presidente Attilio Fontana. È un documento contenuto nel fascicolo d’inchiesta sulla pandemia che il pool di pm di Bergamo, coordinato dal procuratore Antonio Chiappani e dall’aggiunto Maria Cristina Rota, andrà a chiudere nei prossimi giorni. E c’è, nella relazione del consulente della Procura Andrea Crisanti, docente di Microbiologia all’Università di Padova e neosenatore Pd, una conclusione ottenuta tramite modelli matematici e dati scientifici, che esclude che l’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano abbia funzionato da focolaio, con la contestata riapertura del pronto soccorso che viene giudicata ininfluente per la diffusione del virus all’esterno, poiché stava già circolando in maniera copiosa.

Sono i due elementi salienti delle indagini, anticipati dalla trasmissione tv «Piazza pulita» e dal quotidiano «Domani». Nella relazione di Crisanti si citano gli scenari elaborati da Stefano Merler, epidemiologo della fondazione Bruno Kessler e consulente del Comitato tecnico scientifico, che il 19 febbraio 2020 li illustrò alla task force costituita per affrontare la pandemia. Il peggiore degli scenari metteva in rilievo che, al 244° giorno dal primo contagio registrato, in Italia sarebbero serviti 34.183 posti letto di Terapia intensiva, a fronte di una disponibilità effettiva di 1.597. Numeri che, in una riunione il giorno successivo, avevano spaventato l’allora ministro della Sanità Roberto Speranza e l’allora presidente del Cts (Comitato tecnico scientifico) Agostino Miozzo, i quali decisero di tenere riservate quelle cifre per non creare panico fra la popolazione.

La mail del governatore Fontana

Crisanti nella sua consulenza ricorda che i contagi ufficiali in Italia (la gran parte dei quali concentrati in Lombardia) al 24 febbraio erano 172 e 6 giorni dopo, il 2 marzo, erano già schizzati a 1.245. Il virus viaggiava veloce. Il 28 febbraio ecco la mail di Fontana in cui caldeggia «il sostanziale mantenimento, per la settimana dal 2 all’8 marzo, delle misure del contenimento della diffusione del coronavirus valide per questa settimana», ossia della zona gialla. Che il presidente e l’allora assessore regionale alla Sanità Giulio Gallera fossero a conoscenza della preoccupante situazione, almeno dal punto di vista numerico, per gli inquirenti è testimoniato dalla mail confidenziale che alle 19,06 del 28 febbraio Merler invia alla Regione: l’epidemiologo scrive che l’indice di trasmissione in Lombardia è altissimo, pari al 2,1% (1,8% a Bergamo).

Nelle carte dell’inchiesta è finito anche un documento trasmesso via mail i primi giorni della pandemia, dal titolo «Piano di Regione Lombardia per il contenimento della diffusione del coronavirus» in cui si afferma che «il virus clinicamente non dà problemi o comunque è facilmente risolvibile nel 90% dei pazienti», che la «sua diffusione è ancora circoscritta», che «nelle zone di alta incidenza gli ospedali sono andati in difficoltà», ma si tratta di «pochi presidi» e «il resto della rete è in grado di dare risposta». Infine si scrive che ogni contagiato «trasmette il virus ad altre due persone (r0=2)».

Intanto a Roma fervevano le riunioni per capire se istituire la zona rossa a Nembro e Alzano. Il 2 marzo 2020 l’allora premier Giuseppe Conte incontrò il Cts. È una riunione che non fu verbalizzata, ma gli inquirenti hanno acquisito gli appunti che Miozzo prese. Quest’ultimo scrisse che Conte si raccomandò che la zona rossa andava usata con parsimonia, perché avrebbe avuto un costo sociale e politico molto alto e che sarebbe stato opportuno indicare misure sostenibili. Il premier prese tempo. Ai pm che lo interrogarono nel giugno 2020 Conte disse che solo il 5 marzo il Consiglio dei ministri venne a conoscenza della proposta di istituire la zona rossa e questo stride con la tempistica indicata negli appunti di Miozzo. Il 5 marzo Speranza firmò una bozza di decreto per istituire la zona rossa a Nembro e Alzano, che il premier non ha mai controfirmato.

Una zona rossa decretata tempestivamente nei due paesi, conclude Crisanti, avrebbe consentito di risparmiare dalle 4.148 (se istituita il 27 febbraio) alle 2.659 vite (se istituita il 3 marzo). Infine, l’ospedale di Alzano. Crisanti esclude che i pazienti e il personale contagiato all’interno dei reparti abbiano contribuito in modo sostanziale a sviluppare il contagio all’esterno. Il 23 febbraio 2020, il giorno zero (almeno ufficialmente) del virus in Bergamasca, in ospedale c’erano già 55 operatori sanitari e 41 pazienti infetti. Troppi perché il contagio si sia sviluppato solo in quelle 24 ore e solo all’interno della struttura. Uno dei quesiti posti al consulente era proprio relativo a quanto ha inciso la riapertura del pronto soccorso poche ore dopo la sua chiusura. Crisanti scrive che al pronto soccorso quel giorno c’erano solo tre infetti e che la sua riapertura fu ininfluente per la diffusione del virus, essendo il contagio già scoppiato anche fuori dalla struttura ospedaliera.

Virus, i 4 motivi della diffusione

Il microbiologo giunge alla conclusione che a propagare la diffusione furono 4 elementi: la mancanza di scorte di dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti etc); il personale sanitario non formato al loro utilizzo; il ritardo delle diagnosi, perché in mancanza di tamponi in ospedale si poteva procedere con la Tac (e, calcola Crisanti, al Pesenti Fenaroli si sarebbero potuti individuare 25 casi sospetti già il 23 febbraio); e il Piano pandemico nazionale ignorato dalla Regione.

La difesa del presidente: che caso, Crisanti è senatore Pd

«Suona un po’ strano che il consulente sia stato guardacaso gratificato con un seggio al Senato dallo stesso partito di Majorino, ma queste saranno casualità». Il governatore leghista Attilio Fontana parte al contrattacco mettendo nel mirino il consulente della Procura Crisanti che a settembre è stato eletto senatore nelle file del Pd e il rivale nella corsa alla poltrona di nuovo governatore Majorino (Pd). Altri bersagli - fra cui il primo cittadino di Bergamo Gori - si intravedono in un’altra dichiarazione del presidente: «Suona anche strano come in quei giorni ci siano stati dei sindaci e ci sia stato il segretario del partito a cui appartiene Majorino, che invitava a bere gli aperitivi e andare a cena, a non spaventarsi, a continuare la propria vita come se niente fosse».

Dalla Regione fanno sapere che, 5 giorni prima di quella del 28.2.20, era già partita dal Pirellone una mail per chiedere maggiore autonomia decisionale sulle zone rosse e gialle, ma il governo rispose che «si potevano prendere misure solo parziali e provvisorie, senza blocco delle attività produttive». Pierfrancesco Majorino aveva suscitato l’ira di Fontana accusandolo di «aver colpevolmente giocato con la vita dei lombardi, dimostrandosi palesemente inadeguato nella gestione dell’emergenza e arrivando a minimizzare una situazione che era già fuori controllo». «Fontana sapeva ma, nonostante ciò, non ha voluto mettere in sicurezza la Lombardia», afferma il capogruppo M5S al Pirellone Nicola Di Marco. «In quei giorni in Val Seriana non era presente nessuna pressione ospedaliera e il presidente Fontana non poteva certo negare l’evidenza - evidenzia il bergamasco Roberto Anelli, capogruppo della Lega in Consiglio regionale -. Purtroppo è iniziata la campagna elettorale e la sinistra preferisce puntare sulla manipolazione delle informazioni anziché sui programmi».

«Se dopo oltre due anni in molti chiedono ancora cosa non ha funzionato in Lombardia all’inizio del 2020, Fontana non può liquidare la questione come un fastidio», dichiara Gianni Girelli, deputato Pd. «Ora la verità viene fuori – proclama il consigliere regionale Pd Pietro Bussolati –. Fontana mise la mascherina sugli occhi perché non voleva vedere quello che stava accadendo ad Alzano e Nembro, non voleva decidere di fare l’unica cosa giusta, chiudere tutto come a Codogno». «La miseria politica di Majorino si commenta da sola: arriva a speculare sui morti della pandemia per la sua becera campagna elettorale», scrive in una nota il coordinatore della Lega Lombarda Fabrizio Cecchetti: «Ricordiamo a Majorino che solo il governo ha il potere di istituire una zona rossa, avendo il controllo delle forze dell’ordine necessarie a sigillarne i confini territoriali, potere che la Regione non ha. E al governo c’erano Conte e M5S con il suo Pd». «Né noi né Fontana comprese per tempo quanto grave fosse la situazione a Bergamo, ma la differenza tra noi e Fontana è che lui aveva in mano tutti i dati per decidere – osserva il bergamasco Jacopo Scandella, consigliere regionale Pd –. Già a giugno 2020 lo staff di Fontana mi rispose che non avevano avanzato alcuna richiesta formale al governo di istituire la zona rossa, ma non mi dissero che c’era una richiesta di tenere aperto. Fu un errore grave che scopriamo solo ora».

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