La tragedia in miniera del 1956: «Io, soccorritore nell’inferno di Marcinelle»

IL RACCONTO. La testimonianza di Lino Rota, 97 anni, in un podcast dell’Associazione Nembresi nel mondo. In dieci anni furono 200mila gli italiani partiti per il Belgio: «Lavoratori barattati con il carbone che l’Italia non aveva».

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«Sembrava una giornata come tante altre» è il titolo del primo podcast della serie « Gli ultimi minatori. 8 agosto Marcinelle » dell’Associazione Nembresi nel mondo che dà voce a chi 70 anni fa visse sulla propria pelle le fatiche e le umiliazioni dei lavoratori, tra cui tanti bergamaschi, emigrati in Belgio. E ha ancora davanti agli occhi i cadaveri che dovette scavalcare per cercare di portare aiuto ai pochi sopravvissuti.

È una documentazione preziosa quella che dà vita a «Gli ultimi minatori», frutto della lunga ricerca del giornalista Paolo Riva (voce narrante nel podcast) e del fotografo Diego Ravier. È prodotto da «Intreccimedia», realizzato con il contributo della Fondazione Cariplo, in collaborazione con Cooperativa Ruah, Comune di Nembro, Ente Bergamaschi nel mondo, Fondazione Migrantes-Conferenza episcopale italiana, progetto «Fileo» della Diocesi di Bergamo, Amicale des Mineurs de Charbonnages de Wallonie, Circolo di Bruxelles dei Bergamaschi nel mondo, Mariuccia e Lino Rota e Museo della miniera e dell’emigrazione di Nembro.

Proprio Lino Rota, 97 anni, è la voce preziosa del racconto. Da sempre è tutore di ciò che avvenne al Bois du Cazier e della memoria di chi non c’è più, per questo Commendatore della Repubblica. Quella mattina del 1956 lui c’era. In Belgio era pieno di nostri emigranti perché il governo italiano aveva sottoscritto l’«Accordo Uomo Carbone». Contadini e boscaioli reclutati a scavare sotto terra poiché i belgi si rifiutavano di farlo per via della sicurezza nelle miniere e delle condizioni (520 le vittime, escluse quelle di Marcinelle).

Rota era un giovane minatore di Nembro e in quell’alba tragica aveva appena finito il turno di notte. Ignaro di quanto sarebbe accaduto di lì a poco, risalì dalle viscere della terra per ritrovarsi nell’inferno di Marcinelle. Come tanti, inviato dalle miniere vicine nel pozzo di carbon fossile del Bois du Cazier. In soccorso ai compagni imprigionati nelle gallerie dopo l’esplosione, morti o feriti.

I racconti degli altri sopravvissuti

Ricorda bene, a distanza di così tanto tempo, cosa vide quando scese all’inferno. Lo racconta nel podcast, dove si alternano fin dal primo episodio di poco più di 20 minuti anche altri sopravvissuti all’esperienza lavorativa in Belgio: Quinto Gattanella era partito da Arcevia (Ancona) e Ido Crispiani da Montevecchio di Pergola (Pesaro Urbino). «Gli ultimi minatori» ospita anche l’analisi di una storica dell’emigrazione come Anne Morelli e fa sentire la ricostruzione dell’epoca da parte dell’Istituto Luce.

Si analizza il contesto storico, con numeri che fanno impressione: tra il 1946 e 1956 furono 200.000 i lavoratori italiani partiti per il Belgio con la promessa di un lavoro ben pagato e di una casa dignitosa. «Lavoratori barattati con il carbone che l’Italia non aveva», sottolinea Paolo Riva, che rimarca anche la formazione professionale inesistente, l’umiliazione di selezioni fisiche, il viaggio rocambolesco e la disillusione all’arrivo: «Nelle stazioni merci, perché ci si vergognava della situazione. Il Paese era inospitale».

Un’altra selezione avveniva al momento della prima discesa nella miniera. Si sente raccontare nel podcast: «Davanti ai cancelli dell’ascensore, al primo turno, in tanti non se la sono sentita e hanno fatto dietrofront». Per loro si apriva la strada del rimpatrio, con la carcerazione fino al raggiungimento del numero sufficiente di italiani per riempire il treno di ritorno». È ancora Lino Rota a ricordare: «Quante volte abbiamo sentito ripetere dai minatori come noi: “Se oggi risalgo, laggiù non ci torno più».

«Non accadde per caso»

Condizioni terribili, nelle quali è maturata la tragedia di proporzioni mai viste dell’8 agosto: 252 morti, 136 italiani, tra cui il bergamasco Assunto Benzoni, originario di Cerete e sposato a Endine Gaiano. La storia mineraria del Belgio e dell’intero continente segnata per sempre, tanto che il Parlamento europeo ha chiesto che l’8 agosto diventi la Giornata europea delle vittime del lavoro. Per l’Italia è la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo.

«Un incidente del genere, però – sottolineano Riva e Ravier nel podcast –, non accade per caso. C’è un prima e c’è un contesto in cui una tragedia matura. Ecco, Lino, Quinto e Ido ci raccontano cosa li spinse a partire per il Belgio, attirati da quei manifesti rosa che promettevano un lavoro sicuro, una casa, uno stipendio dignitoso. Ma era «una presa in giro». Dopo 70 anni quelle voci si affievoliscono. Ma finché avrà fiato Lino Rota continuerà a raccontare quello scenario infernale, quel suo scavalcare cadaveri alla ricerca di minatori ancora in vita.

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