Gli Amici della Pediatria portano il mare e la montagna in ospedale
IL PROGETTO. I laboratori settimanali per i piccoli pazienti cambiano prospettiva in estate. «Dietro ogni attività c’è il desiderio di farli continuare a immaginare e a stare insieme».
Lettura 2 min.L’estate, in ospedale, non assomiglia a quella di tutti gli altri. Non ci sono itinerari da preparare né partenze da organizzare, ma terapie, controlli e ricoveri. Eppure, anche tra i corridoi della Pediatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, c’è chi prova a far entrare il mare, la montagna e il desiderio di un viaggio. È quello che fanno gli Amici della Pediatria, che anche quest’anno hanno scelto di dare un volto estivo non solo agli ambienti ma anche alle attività che accompagnano bambini e ragazzi durante tutto l’anno. «L’ospedale non chiude e nemmeno noi - racconta la presidente dell’associazione Milena Lazzaroni -. I laboratori settimanali restano gli stessi, ma nei mesi estivi cambiano prospettiva: se i bambini non possono andare al mare o in montagna, proviamo a portare il mare e la montagna da loro».
Condividere esperienze
Così i mattoncini diventano l’occasione per costruire la vacanza dei sogni, una valigia si riempie di emozioni e ricordi, la musica, la ceramica, i libri e il cinema aiutano i piccoli pazienti a raccontarsi e a condividere esperienze: «Dietro ogni attività - dice - c’è il desiderio di farli continuare a immaginare e a stare insieme. È così che nascono amicizie che spesso proseguono anche dopo le dimissioni». Anche «GiCoBe», il giardino pediatrico che proprio in queste settimane ha festeggiato il suo terzo compleanno, resterà aperto ogni giorno per continuare a offrire uno spazio di gioco e di normalità ai bambini ricoverati e alle loro famiglie. La grande novità di quest’anno guarda però oltre le mura dell’ospedale. Grazie alla generosità di Lidia Spajani, proprietaria dell’Arli Hotel, alcune famiglie potranno trascorrere gratuitamente una settimana a Punta Ala dopo il percorso di cura. Un progetto nato dal desiderio della figlia Francesca, scomparsa lo scorso anno, che aveva immaginato proprio questa opportunità per chi aveva affrontato la malattia: «Non è solo una vacanza - spiega Lazzaroni -. È la possibilità di ritrovarsi come famiglia, di ricostruire equilibri e vivere finalmente del tempo insieme».
Gli Amici della Pediatria
Fondata nel 1990, l’associazione oggi conta 120 volontari e affianca il personale sanitario con educatori, pedagogisti e psicomotricisti. Dalla scuola in ospedale alle «Casette» che accolgono le famiglie durante le cure, fino al sostegno alla ricerca e all’acquisto di nuove tecnologie, l’obiettivo è rendere il percorso di cura sempre più attento ai bisogni dei bambini e dei loro genitori. Lo sguardo è sempre rivolto a loro. E al futuro. L’associazione sta lavorando con l’ospedale per introdurre nuove figure professionali, come la logopedista pediatrica, ma anche per potenziare la fisioterapia, riprendere il progetto della dietista e ampliare il progetto delle Casette, «perché le richieste continuano a crescere». A indicare la strada all’associazione, dopo 36 anni di attività, sono spesso gli stessi bambini. «Anche quelli che purtroppo non ci sono più - rivela la presidente - continuano a essere i nostri maestri». Come Filippo, cinque anni, che soffriva ogni volta che doveva separarsi dalla mamma per affrontare un esame invasivo. Da quella esperienza è nato «Giocamico», il progetto che prepara i piccoli pazienti attraverso l’attività ludica e permette ai genitori di restare accanto ai figli fino all’addormentamento e di essere presenti al risveglio.
Il nome di Federico
Nel racconto spunta anche il nome di Federico, scomparso durante il Covid, che attraverso la piazza virtuale dell’associazione trovò il coraggio di collegarsi, giocare, cercare i volontari: «Ci ha insegnato - dice Lazzaroni - che quello schermo, alla fine, non ci divideva così tanto: eravamo comunque insieme e vicini». Altri, invece, sono tornati da adulti. Qualcuno è diventato volontario in corsia, altri scelgono di sostenere l’associazione con le bomboniere per la loro laurea o il loro matrimonio: «Noi la chiamiamo bellezza collaterale - conclude Lazzaroni -. Non cancella il dolore e la malattia, ma ci ricorda che anche nei momenti più difficili possono nascere cose belle e legami destinati a durare nel tempo».
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