I 400 volontari che portano avanti le opere di Pini in Kenya
LA STORIA. Susanna è segretaria dell’Associazione fondata dal padre Franco nel 1999: dal dispensario medico alle scuole, dal lavoro all’alimentazione.
Tutto nasce sulle rive del lago Vittoria, nel villaggio sperduto di Nyagwethe, in Kenya, da un incontro che cambia una vita e, negli anni, quella di migliaia di persone. A raccontare questa storia incredibile è Susanna Pini, segretaria dell’Associazione Franco Pini, fondata dal padre Franco. «Era il 1980 quando mio papà arrivò in questo villaggio dove non c’era nulla. Il luogo era incantevole, ma le malattie e la miseria decimavano la popolazione», ricorda. Torna in Italia, ma il suo cuore e la sua mente restano là.
«Decide così di confrontarsi con la moglie, di ritornare a Nyagwethe e costruirvi un dispensario. È il 1982 quando, con qualche valigia carica di medicinali, un piccone, i suoi risparmi e grandissima determinazione parte di nuovo per il Kenya». Da cosa nasce cosa. E Franco Pini, «uomo di multiforme ingegno», superando difficoltà di ogni genere e rischiando più volte la sua vita, «in 35 anni di attività ha dotato il villaggio kenyota di strutture e servizi fondamentali, mettendo a frutto le conoscenze acquisite nei mille lavori in gioventù, impegnandosi addirittura a frequentare i più diversi corsi sanitari, ogni volta che rientrava in Italia».
Associazione dal 1999
L’associazione viene costituita nel dicembre 1999, anche per garantire continuità a un’opera che non poteva dipendere da una sola persona: «Serviva dare stabilità, ma anche trasparenza a chi voleva aiutare», spiega Susanna Pini. Nel tempo cresce la popolazione («Erano circa 300 persone, oggi sono più di 4.500», dice), cresce il villaggio, anche grazie a numerosi progetti: un dispensario medico, un acquedotto di più di 6 km, un mercato all’ingrosso, mense e dormitori, una chiesa ecumenica oggi diventata parrocchia, un complesso scolastico che va dall’asilo al liceo, fino a «una scuola tecnica di avviamento al lavoro, dove i ragazzi studiano e imparano un mestiere, riconosciuta dal governo keniota», prosegue.
Un aspetto centrale, oltre all’educazione, è la creazione di lavoro. Oggi sono circa 60 le persone stipendiate stabilmente, a cui se ne aggiungono molte altre coinvolte nei diversi progetti e nei microcrediti perché - come soleva dire Franco Pini - «è meglio un muro storto fatto da un africano, che un muro dritto fatto da un Occidentale».
L’associazione oggi continua a operare grazie alla famiglia, agli amici e a una rete di volontari che arriva fino a 400 persone. In Italia le attività sono rivolte alla sensibilizzazione e alla raccolta fondi, mentre in Kenya si lavora insieme alla comunità locale, con i responsabili per ogni settore
Fondamentale anche l’impegno su temi come l’acqua e l’alimentazione: «Stiamo potenziando l’acquedotto e portiamo avanti progetti come “Quando mangio studio meglio”, a costruzione di un sistema agricolo che permetta l’indipendenza e la garanzia alimentare», racconta. L’associazione oggi continua a operare grazie alla famiglia, agli amici e a una rete di volontari che arriva fino a 400 persone. In Italia le attività sono rivolte alla sensibilizzazione e alla raccolta fondi, mentre in Kenya si lavora insieme alla comunità locale, con i responsabili per ogni settore. Tra le iniziative, anche le «vacanze solidali», che consentono di assaporare la quotidianità del villaggio keniota.
A dieci anni dalla scomparsa del fondatore, avvenuta l’8 giugno 2016, il percorso prosegue nel solco tracciato. Diverse gli appuntamenti previsti in questo 2026: «Non saranno celebrazioni formali o commemorazioni solenni, ma piuttosto occasioni per stare insieme e continuare a sostenere, con lo spirito che mio padre ci ha insegnato, i progetti a Nyagwethe».
Una camminata benefica a Castagneta
Mercoledì 6 maggio, alle 19 alla chiesetta di Castagneta, si terrà l’assemblea annuale e a seguire una cena conviviale. «Domenica 7 giugno – anticipa - una camminata serale nei boschi, con le torce, insieme agli amici di Run To Be Free, mentre a settembre ci sarà la manifestazione “Incontriamoci a bere una tazza di tè”». Il tutto con un obiettivo di fondo, un orizzonte preciso: «Come diceva mio padre – conclude - sarebbe bello, un giorno, non essere più necessari». Vorrebbe dire che l’Africa ha imparato a farcela da sola.
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