Impastato: «Mio fratello ucciso dalla mafia: il suo messaggio parla ai giovani»
LA TESTIMONIANZA. Ospite della Tavola della Pace Valle Brembana e del Csv, Giuseppe Impastato tiene viva la memoria di Peppino: «L’associazionismo è un contributo concreto alla ricerca della verità»
Lettura 2 min.Alcune storie lasciano un segno indelebile nella memoria collettiva, rompono il silenzio e sono in grado di sovvertire l’ordine degli eventi. È il caso di Giuseppe Impastato, per tutti Peppino: giornalista, militante politico, tra i più noti oppositori della mafia siciliana. Per le sue denunce e per il suo irriverente coraggio, fu assassinato dalla mafia. Dopo la sua morte, Giovanni Impastato ne ha raccolto l’eredità, portando avanti l’impegno per la legalità e la giustizia. Nelle scorse settimane è stato a Bergamo, ospite della Tavola della Pace Valle Brembana, con cui collabora da anni, per alcune iniziative sul territorio. Durante la sua permanenza ha fatto visita anche a Csv Bergamo Ets, che lo ha intervistato.
Che valore hanno oggi le associazioni che coltivano la memoria trasformandola in impegno civile concreto?
«L’associazionismo è fondamentale: offre un contributo concreto alla ricerca della verità e rafforza la memoria collettiva. Senza memoria non c’è futuro e le associazioni aiutano a superare gli ostacoli che frenano la crescita culturale e sociale delle comunità. La mafia non è soltanto un problema criminale: è soprattutto un problema culturale. La nostra esperienza lo dimostra: Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato continua a custodire e diffondere questa storia grazie all’impegno di nuove generazioni che non hanno conosciuto Peppino ma ne portano avanti il messaggio».
Nel suo lavoro di testimonianza incontra spesso giovani in contesti molto diversi. Come cambia il dialogo con loro?
«Oggi non esistono più grandi differenze tra i ragazzi del Nord e quelli del Sud. I giovani sanno che la mafia non riguarda soltanto Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, ma tutto il Paese, soprattutto le aree economicamente più forti. Per questo è importante continuare a rimuovere gli ostacoli che impediscono una crescita libera delle comunità e mantenere vivo il dialogo con le nuove generazioni. Il messaggio di Peppino continua a parlare ai giovani perché non riguarda solo il contrasto alla mafia, ma ha un forte valore educativo e civile, che li tocca da vicino perché chiede loro di prendere posizione, di disubbidire al silenzio e di impegnarsi per la giustizia sociale».
Dopo l’omicidio di Peppino ci furono depistaggi e tentativi di isolare la vostra famiglia. Che cosa ha significato portare avanti questo lavoro?
«Dopo l’omicidio si cercò di far passare Peppino per terrorista. Erano gli anni delle Brigate Rosse, Peppino è stato ucciso il giorno in cui è stato ritrovato in via Caetani a Roma, il corpo dell’onorevole Moro, ucciso da questo gruppo terroristico. La mafia ha tentato di cancellare la storia di mio fratello e di delegittimarne l’impegno. Noi abbiamo dovuto smontare quella falsa verità e, grazie a una lunga battaglia, sono arrivati risultati importanti: la relazione della Commissione Antimafia sui depistaggi, i processi e le condanne. Per la nostra famiglia è stato soprattutto un riscatto della figura di Peppino. Ci siamo battuti perché venisse riconosciuto per ciò che era realmente: un militante antimafia, un giornalista, un artista e un uomo profondamente legato ai valori della Costituzione. Continuare questo lavoro significa trasformare la memoria in un impegno concreto per la verità e la giustizia».
In che modo il lavoro di Peppino è stato - ed è ancora oggi - rivoluzionario?
«Peppino era un disobbediente. La sua esperienza richiama quella di figure come don Milani, don Tonino Bello, don Pino Puglisi e don Peppe Diana, accomunate da un forte senso di giustizia e responsabilità civile. Oggi dobbiamo tornare a essere partigiani nel significato più profondo del termine: scegliere da che parte stare. Dalla parte della Costituzione, dell’antifascismo, della pace e dei diritti. Avere il coraggio di prendere posizione di fronte alle ingiustizie e di non restare indifferenti».
© RIPRODUZIONE RISERVATA