L’EDITORIALE. Dal primo ottobre cambia l’esperienza di lettura del nostro giornale: più rapida, ordinata e accessibile. Non cambia la responsabilità e la serietà con cui facciamo il nostro mestiere, fedele nei contenuti e nei valori.
L’EDITORIALE. Dal primo ottobre cambia l’esperienza di lettura del nostro giornale: più rapida, ordinata e accessibile. Non cambia la responsabilità e la serietà con cui facciamo il nostro mestiere, fedele nei contenuti e nei valori.
Quando si consegna al lettore il risultato di un nuovo progetto grafico pensato per il «suo» giornale c’è sempre una sensazione di paura e di incertezza, si è assaliti da mille dubbi: si sarà fatto bene a scegliere quel carattere e quel corpo anziché quell’altro o l’altro ancora? Quel che piaceva fino al giorno prima, improvvisamente sembra non piacere più, e cominciano i rimorsi. Ma ormai il dado è tratto, ed è tardi per rincorrere i fantasmi volati qua e là in un intero anno di lavoro, tanto c’è voluto per arrivare al «foglio» che avete tra le mani. Enzo Iaccheo - ceo e project director della «Wenceslau News Design» di Barcellona, società di grafica giornalistica tra le più importanti al mondo - spiega che la nuova veste nasce dall’esigenza di migliorare l’esperienza di lettura rendendola più fluida e accessibile, di fatto la richiesta più pressante di molti dei nostri lettori. La grafica è stata ripensata con un approccio più pulito e ordinato, e uno degli interventi principali riguarda proprio il cambio di font, più grande sia per i testi, sia per i titoli.
L’obiettivo è quello di valorizzare ulteriormente i contenuti del giornale, esaltarne ancor di più l’identità e rendere la lettura sempre più piacevole e intuitiva
Anche lo spazio tra una riga e l’altra ha un respiro maggiore e tutto concorre a migliorare la leggibilità e definire più chiaramente i diversi livelli di informazione. L’obiettivo è quello di valorizzare ulteriormente i contenuti del giornale, esaltarne ancor di più l’identità e rendere la lettura sempre più piacevole e intuitiva. Il risultato è una grafica più pulita e contemporanea, capace di mantenere il carattere editoriale de L’Eco di Bergamo e, allo stesso tempo, di rispondere alle esigenze di una lettura più rapida, ordinata e accessibile. Ma confinare tutto ciò dentro una «semplice» scelta estetica sarebbe riduttivo. In tempi in cui le parole vengono ormai utilizzate come vere e proprie «infrastrutture d’attacco» - capaci di
La parola non è solo un insieme di lettere, un suono che si dissolve nell’aria senza alcuna conseguenza: le parole possono ferire o, al contrario, possono curare; possono costruire ponti, relazioni, amicizie o, piuttosto, distruggere e isolare
orientare il comportamento di ciascuno di noi, inducendoci in maniera subdola ad abbassare le nostre difese, a scegliere una narrazione ben precisa piuttosto che un’altra, a consegnare ad un chatbot il nostro cervello -, siamo convinti che la forma con cui si racconta l’attualità e il territorio che si vive ha a che fare con il modo con cui si sceglie di raccontarlo. E quello, caro lettore, resterà fedele a sé stesso, fedele a quella promessa fatta il 1° Maggio del 1880, quando «L’Eco» vide per la prima volta la luce, impegnandosi a raccontare notizie vere nel rispetto della dignità umana dei loro protagonisti, indipendentemente da quali colpe si siano macchiati. Perché la parola non è solo un insieme di lettere, un suono che si dissolve nell’aria senza alcuna conseguenza: le parole possono ferire o, al contrario, possono curare; possono costruire ponti, relazioni, amicizie o, piuttosto, distruggere e isolare. Dipende dalla responsabilità con cui vengono utilizzate: non basta conoscerne l’esistenza, bisogna distinguerne il peso per dosarle con sapienza, perché facciano bene a una comunità, non a una parte né tanto meno a un singolo soltanto.
Una società che perde «il peso» delle parole (e delle immagini) è destinata a degradarsi, a veder dissolversi pian piano quei valori su cui invece era nata e cresciuta, per lasciare il passo ad una «manipolazione algoritmica» che non può che nuocerle. Nei giorni scorsi, i giornali di tutta Italia hanno dato ampio risalto all’azione di un ragazzino che ha aggredito, coltello alla mano, una delle sue insegnanti, riprendendo la scena con una piccola telecamera montata sul casco che aveva in testa e trasmettendola in diretta su Telegram, a cui, in quel momento, erano collegati in quattro. Con la scusa di interrogarsi su chi erano quei quattro «disturbati», tra i quali poteva nascondersi anche l’ipotetico mandante che ha
La mancanza di una vera attenzione, alimentata dalla cultura digitale, ci ha abituati a una routine di reazioni immediate, a una superficialità delle relazioni, a una facilità nell’etichettare e rifiutare gli altri
manipolato il disagio mentale del giovane aggressore, quelle stesse scene sono state trasmesse su tutte le tv e su tutti i siti del Paese centinaia di volte, destinate a un pubblico di milioni di persone, ragazzini compresi, incuranti delle possibili conseguenze. E che dire di quei giornali che sul proprio sito non hanno trovato di meglio che trasmettere l’agghiacciante video dell’uomo che gettava nel vuoto dal cavalcavia l’ex fidanzata ancora viva? Siamo sicuri che mettere in guardia l’utente sulla crudezza delle immagini che vedrà dì lì a pochi secondi sia sufficiente per mettersi al riparo da quanto potrebbe provocare in chi sta guardando? Davvero si custodisce così la dignità delle persone? Nello scegliere il tema per la 61esima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali del 2027, Papa Leone si è soffermato sulla necessità di avere uno sguardo nuovo nell’era del clickbait, gli «acchiappaclick». La mancanza di una vera attenzione, alimentata dalla cultura digitale, ci ha abituati a una routine di reazioni immediate, a una superficialità delle relazioni, a una facilità nell’etichettare e rifiutare gli altri. Comunicare – dice il Pontefice - non è catturare l’attenzione, e nemmeno venderla, ma custodirla come risorsa preziosa di relazione. È una responsabilità, è un modo di fare giornalismo. Il nostro.
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