La Val di Scalve scrive a Conte «Qui sta salendo la tensione»
Vilminore, la sede della Comunità montana della Val di Scalve

La Val di Scalve scrive a Conte
«Qui sta salendo la tensione»

C’è preoccupazione, in Val di Scalve. Perché la prima ondata ha colpito duro, con un prezzo pesante in termini di contagi e di vittime. E la seconda, nonostante i comuni montani siano ormai indenni dai nuovi positivi, sta mettendo in ginocchio la realtà economica.

Chiusi gli impianti sciistici, in grande affanno hotel, ristoranti, seconde case. Una stagione che poteva essere fortunata, con grande quantità di neve fin dall’inizio dell’inverno, rischia di finire molto male. Al punto che in valle si respira una brutta aria. Almeno è questo il senso di una lettera che la Comunità montana della Val di Scalve ha mandato in questi giorni al prefetto di Bergamo, Enrico Ricci, al presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Il tono del documento è particolarmente allarmato. Si parla di «tensione ormai non più latente». E dopo aver sottolineato di essere ormai un territorio libero dal virus, la Comunità montana spiega che «la continua emanazione di controverse e intempestive normative sta “minando” la tenuta psicologica e soprattutto economica della nostra popolazione. Non vorremmo giungere a constatare da spettatori inermi qualche iniziativa ai margini della legalità, in particolar modo dagli operatori del settore della ristorazione, alberghiero e del commercio, il più colpito dalle prolungate e intermittenti chiusure: ci stiamo adoperando – si legge – giornalmente affinché i nostri operatori turistici mantengano un profilo corretto e collaborativo».

Tutto questo però non cancella i problemi, anzi. La Comunità montana segnala come «il settore alberghiero sta subendo contraccolpi difficilissimi, e temiamo a ragion veduta che non tutti possano riaprire dopo la stabilizzazione della situazione sanitaria».

La missiva prosegue con un corposo accenno al settore sciistico costretto a chiudere «con investimenti già fatti per adeguarsi alla normativa dal punto di vista sanitario».

Il documento (che nei destinatari in verità conteneva una piccola e piuttosto frequente «gaffe»: il presidente del Consiglio, anziché Giuseppe, veniva chiamato Antonio, come l’allenatore dell’Inter) datato 11 gennaio, si conclude con alcune richieste, prima fra tutte, in sintonia con quanto poi fatto ieri dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori e dal presidente della Provincia Gianfranco Gafforelli, l’istituzione di «una zona gialla in ambito provinciale o sub provinciale, e che nel rispetto di ogni stringente normativa venga consentita l’apertura dei ristoranti e dei negozi in genere», nonché «che venga chiarita la possibilità di giungere nelle località turistiche montane per effettuare le attività ivi offerte, come sci di fondo ed escursionismo».


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