Resistere all'avanzata del cemento, a Bergamo, non è solo una scelta imprenditoriale, ma un atto di quotidiana custodia del territorio. Per le circa trenta aziende agricole associate a Coldiretti che operano entro i confini comunali, l'urbanizzazione non è un concetto astratto, ma un "vicino di casa" ingombrante che stringe d'assedio campi e cascine. Sono realtà che hanno visto le circonvallazioni mangiarsi i pascoli e i nuovi complessi residenziali sorgere a ridosso delle stalle, trasformando paesaggi rurali secolari in isole verdi circondate dall'asfalto e dal traffico della stazione o delle grandi arterie di scorrimento.In queste aziende, il lavoro della terra si tramanda di generazione in generazione, portando con sé un'eredità che oggi deve fare i conti con un isolamento forzato tra svincoli e infrastrutture. Eppure, proprio questa vicinanza forzata rende la loro presenza ancora più preziosa: dove il cemento tende a omologare e soffocare, l'attività agricola urbana e periurbana respira. Coltivare ortaggi, curare i piccoli frutti o gestire l'apicoltura a pochi passi dalle direttrici del traffico significa mantenere un presidio di vita che mitiga le isole di calore e pulisce l'aria di una città che corre.Questi agricoltori sono gli ultimi baluardi di un'identità bergamasca che non vuole arrendersi alla trasformazione totale in polo logistico o residenziale. Sostenere chi produce cibo fresco e stagionale all'ombra dei palazzi significa riconoscere il valore di un lavoro che protegge il suolo dall'impermeabilizzazione e garantisce una biodiversità che, altrimenti, verrebbe cancellata dalle ruspe. Il servizio Paola Abrate
Resistere all'avanzata del cemento, a Bergamo, non è solo una scelta imprenditoriale, ma un atto di quotidiana custodia del territorio. Per le circa trenta aziende agricole associate a Coldiretti che operano entro i confini comunali, l'urbanizzazione non è un concetto astratto, ma un "vicino di casa" ingombrante che stringe d'assedio campi e cascine. Sono realtà che hanno visto le circonvallazioni mangiarsi i pascoli e i nuovi complessi residenziali sorgere a ridosso delle stalle, trasformando paesaggi rurali secolari in isole verdi circondate dall'asfalto e dal traffico della stazione o delle grandi arterie di scorrimento.In queste aziende, il lavoro della terra si tramanda di generazione in generazione, portando con sé un'eredità che oggi deve fare i conti con un isolamento forzato tra svincoli e infrastrutture. Eppure, proprio questa vicinanza forzata rende la loro presenza ancora più preziosa: dove il cemento tende a omologare e soffocare, l'attività agricola urbana e periurbana respira. Coltivare ortaggi, curare i piccoli frutti o gestire l'apicoltura a pochi passi dalle direttrici del traffico significa mantenere un presidio di vita che mitiga le isole di calore e pulisce l'aria di una città che corre.Questi agricoltori sono gli ultimi baluardi di un'identità bergamasca che non vuole arrendersi alla trasformazione totale in polo logistico o residenziale. Sostenere chi produce cibo fresco e stagionale all'ombra dei palazzi significa riconoscere il valore di un lavoro che protegge il suolo dall'impermeabilizzazione e garantisce una biodiversità che, altrimenti, verrebbe cancellata dalle ruspe. Il servizio Paola Abrate