L'attività del centro iperbarico di Habilita Zingonia oggi viaggia sui ritmi di un'eccellenza tecnologica da 13 mila trattamenti l'anno, ma le sue radici affondano in un'epoca di cronaca ben più drammatica. Erano gli anni Ottanta e Novanta, un periodo in cui la camera iperbarica rappresentava, quasi ogni giorno, il confine sottile tra la vita e la morte.Il ricordo corre ai fine settimana dell'epoca, quando l'attività di emergenza raggiungeva picchi frenetici. Era l'effetto collaterale di una quotidianità segnata dall'austerity e da sistemi di riscaldamento precari: il venerdì e il sabato sera le famiglie si riunivano per il bagno settimanale, mettendo sotto sforzo vecchi scaldabagni a gas spesso privi di manutenzione o installati in ambienti angusti. Il risultato era una sequenza incessante di intossicazioni da monossido di carbonio che saturava il centro con decine di casi in poche ore.Oggi quel panorama è sbiadito. Nel 2025 le intossicazioni passate alla cronaca sono state 27, a cui si è aggiunto un solo caso di embolia gassosa per attività subacquea. Una rivoluzione guidata dalla sicurezza domestica che ha permesso al centro di Zingonia di evolversi: dai soccorsi "da trincea" degli anni Novanta si è passati a una medicina specialistica che oggi assiste oltre 550 pazienti per circa trenta diverse patologie.Dalle ulcere alle complicanze post-chirurgiche, fino al boom delle sordità improvvise (oltre 200 casi nell'ultimo anno). Un percorso che genera anche un curioso fenomeno sociale: le lunghe ore trascorse insieme nella camera iperbarica trasformano spesso i pazienti in gruppi di amici affiatati, che continuano a frequentarsi anche a terapie concluse, trasformando un momento di cura in un legame che resta nel tempo.Il servizio di Paola Abrate
