Risale allo scorso settembre la pubblicazione del doppio «Bacon Theatre – Live from New York» e già a fine marzo Joe Bonamassa lancerà sul mercato un progetto analogo, questa volta registrato a Vienna durante il tour acustico dell’estate scorsa. Due doppi cd/dvd live nell’arco di tre mesi sono vera abbondanza e magari, nell’attuale situazione del mercato discografico, una pazzia.
Ma il chitarrista americano si può permettere questo e altro visto che a soli 35 anni ha già pubblicato una quindicina di album come solista ed è impegnato in più di un progetto. E poi Bonamassa è noto soprattutto per le sue performance live, come quella che offrirà giovedì sera al pubblico dell’Alcatraz di Milano, prima di due tappe italiane della nuova tournée. Riconosciuto virtuoso, «endorser» di strumenti con tanto di modelli «signature» a lui nominati (come una nuovissima testata per chitarra), Joe non appartiene però a quella schiera di professori della sei corde tutti tecnica e poco cuore che affascinano una certa frangia di appassionati.
L’americano (di chiare origini italiane) è un vero guitar worker, considerato tra i migliori della giovane generazione, stimatissimo da critica e pubblico come dai colleghi più illustri. Se B.B. King lo ha nominato suo erede ideale, personaggi del calibro di Eric Clapton, Paul Rodgers e John Paul Jones gli hanno fatto una visitina sul palco durante la registrazione del recente live newyorkese, divertendosi su qualche classico del blues.
Ma se il rock blues resta al centro della sua produzione solista, il suo stile sterza verso movenze più hard nel progetto Black Country Communion accanto a Glenn Hughes, Derek Sherinian e Jason Bonham, che ha già fruttato due album più un live. Ma tra un impegno e l’altro, Joe Bonamassa non smette di calcare i palchi internazionali. Alle 21, ingresso 49 euro
Diego Ancordi