Lunedì 21 Aprile 2014

«Mia nonna in Nigeria, io in Austria»

Storia di Lara, ricercatrice di Rovetta

Lara Trussardi (a destra) con un’amica russa conosciuta a Vienna

«Mi hanno sempre appassionato le storie che mia nonna mi raccontava quando ero bambina sulle sue avventure straniere in Svizzera e poi in Africa, in Nigeria. E mai e poi mai mi sarei aspettata di superare anch’io quei confini. Una seconda migrazione, cinquant’anni dopo... Non era stato facile per loro partire. Non lo è stato per me».

Lara Trussardi ha 25 anni ed è partita da Rovetta (come i suoi nonni) otto mesi fa per un dottorato in Matematica all’Università tecnica di Vienna. «Nella valigia dei miei nonni c’era sempre un pezzo di grana - racconta -, nella mia una formaggella. Nella loro fogli e penne per scrivere a chi era rimasto in Italia. Nella mia un computer e tanti indirizzi mail e contatti Skype. Ma in entrambi i casi si è partiti portando nel cuore le nostre montagne. Il motivo è sempre lo stesso: il lavoro o la mancanza di lavoro».

Com’è nata la possibilità di completare gli studi di matematica a Vienna?

«Per caso direi, se non fosse che credo che nulla succeda a caso. Il mio relatore francese (ho fatto l’Erasmus a Parigi) mi ha consigliato di fare domanda per questa posizione. E così ho fatto richiesta anche se in realtà sarei voluta tornare in Francia. E poi mi hanno invitata per un colloquio e io sono andata con lo spirito “faccio un giro a Vienna”. E invece, eccomi qui».

Riesci a spiegare (per i non addetti ai lavori) su che cosa si concentrano i tuoi studi?

«Avete presente quel fenomeno dove “le masse seguono le masse”? Per esempio scegliere il ristorante più affollato, o in caso di panico, seguire la massa? Anche in Borsa può succedere un fenomeno per il quale si inizia a comprare una certa azione (speculazione) e succede che il valore assegnato non corrisponde a quello reale. Ebbene quello che faccio è scrivere in “matematichese” questo fenomeno».

Com’è nata la passione per la matematica?

«Mi sono sempre posta domande su ciò che mi circonda. E, come diceva Albert Einstein, il mondo è scritto con il linguaggio dei numeri e il linguaggio dell’amore. Quindi benché di numeri se ne vedano molto pochi, è stata una scelta automatica».

Come ti trovi a Vienna?

«Meglio di quanto avrei potuto immaginare. Vienna è una città assolutamente vivibile: notare che è al primo/secondo posto tra le migliori città al mondo per vivibilità (primo posto per la società di consulenza “Mercer” e secondo per “The Economist”). I mezzi di trasporto sono i migliori (e più economici) che abbia mai visto e c’è tutto quello che si può desiderare (musei, boschi, piscine, negozi, teatri, terme,...) ed è una città internazionale. Ho amici che vengono davvero da tutto il mondo e la cosa bella è che non importa il colore della tua pelle, la tua religione, o la tua lingua. Sei accettato per come sei».

Anche i tuoi nonni sono stati emigranti in Svizzera e Africa, cosa ti hanno raccontato di quell’esperienza?

«Mia nonna è andata a 14 anni in Svizzera e lavorava in una fabbrica di scarpe. Anche la famiglia di mio nonno era là. Mia nonna lavorava con la sua futura suocera e la prima volta che ha visto mio nonno è stato in fotografia perché lui era già in Nigeria. È rientrato per Natale e si sono conosciuti; si sono scritti molto e visti poco per due anni, poi si sono sposati. Mia nonna ha seguito mio nonno in Nigeria, dove è nata mia mamma. Lui costruiva moschee e ricordo che mi aveva raccontato di mettere dei sacchetti di monete nelle colate di cemento mentre costruiva le case, così che anche dopo molti anni, nel caso in cui le mura fossero state distrutte, sarebbe rimasto un ricordo del passato. Mio nonno è rimasto in Africa quasi quarant’anni».

Come hanno vissuto la loro esperienza all’estero?

«In Svizzera direi che la situazione per gli italiani non era meglio di oggi. Basta leggere il libro di Gian Antonio Stella per avere un’idea. Invece, in Africa, mia nonna era vista come uno stregone (in senso positivo) perché aveva l’aspirina e sapeva curare il raffreddore. Mia nonna era in gamba e trovava rimedi per non annoiarsi (parla tedesco, inglese ed hausa, uno dei dialetti nigeriani)».

Parli di una seconda migrazione per te dopo quella dei tuoi nonni: in che cosa le senti simili e in che cosa lontane?

«Siamo simili perché allora come oggi è la necessità di lavorare che ci porta lontano. Ma mentre una volta le distanze erano enormi, le comunicazioni difficili, oggi in questo la vita è più semplice. Fra mia nonna e mio nonno non c’erano telefonate e le lettere ci mettevano a volte mesi ad arrivare. Oggi ci si sente e ci si vede ogni giorno, tra mail, WhatsApp, Skype…».

Ti piace vivere a Vienna oppure è un po’ una scelta «forzata» dalla mancanza di opportunità qui?

«Partire non è stato semplice (basta pensare al fatto che non sapevo una sola parola di tedesco). Quando sono stata selezionata avevo appena finito una supplenza alle superiori. Non partire sarebbe stato buttare via un’occasione».

Qual è l’opinione sul nostro Paese all’estero?

«Fa sorridere il come ci vedono all’estero: noi siamo il popolo che parla a gesti. Tutto pizza e mafia. Ma dicono anche che l’Italia è un posto meraviglioso con gente stupenda. Credo che neppure noi ce ne rendiamo conto».

Ti senti un cervello in fuga?

«Come dice un mio amico, credo che il termine “fuga” sia sbagliato. In diversi Paesi europei si esce dai propri confini per formarsi, e dunque i giovani che “se ne vanno” sono visti come risorsa. Il problema semmai è quando poi da fuori, si guarda la situazione italiana. In ogni caso vorrei ricordare che non è nemmeno così semplice partire. Cambia il clima, il cibo, la lingua... e anche l’ironia, i modi di dire e di fare. E direi che non si parte con l’idea di andarsene per sempre. Questo no».

Elena Catalfamo

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