Luciana, designer di moda in California «Quel giorno  cambiò  la mia vita»

Luciana, designer di moda in California
«Quel giorno cambiò la mia vita»

Luciana Cometti, 48 anni, è stilista del brand «Sam Edelman» in California. Le basi della professione imparate a Bergamo e un viaggio sulla Costa Azzurra. «Due amici americani ci invitarono a una serata su una barca a Montecarlo Indossavo una mia creazione, una manager mi notò e mi offrì un posto negli Usa». Partita da Cologno al Serio a 25 anni è pronta a tornare in Italia per le nozze: «Il 5 settembre dirò sì a Bellagio: non bisogna mai smettere di sognare».

«Quella sera il profumo del mare pizzicava il naso, una sensazione che mi terrò addosso per sempre. Anche adesso che al mare ci sono affacciata ogni giorno della mia vita, qui a Santa Monica, e impazzisco di gioia a guardarlo». Dopo Cologno al Serio, un corso di moda a Bergamo, abiti cuciti e ricuciti sulla pelle, e una vacanza al mare. Luciana Cometti ora ha 48 anni e ha sempre creduto al destino, ai casi della vita. Agli incontri fortuiti: quelli che non diresti mai che ti scombussolano la vita e che ti fanno fare una valigia a 25 anni.

«Tutto è iniziato a Cannes: ero in vacanza con delle amiche quando abbiamo conosciuto due ragazzi americani. Con loro siamo stati a una festa in barca a Montecarlo» ricorda Luciana, che non può dimenticare il dettaglio che ha fatto la differenza quella sera: «Come da mia abitudine, indossavo un abito che avevo disegnato e cucito con le mie mani: avevo appena terminato una scuola professionale di moda, a Bergamo, e il prossimo passo sarebbe stato quello di iscrivermi all’Istituto di design e di moda Marangoni a Milano».

Luciana indossava un top impreziosito da strass e una gonna lunga in seta drappeggiata: «Appena salita a bordo le invitate alla festa iniziarono a farmi i complimenti. Volevano sapere dove avessi comprato il completo e io, nel mio pessimo inglese di quei tempi, spiegai di essere una stilista (molto) in erba». E a quel punto il destino ci si mette di mezzo: «Un’amica del proprietario della barca si occupava di un’azienda di moda a Los Angeles e mi propose di visionare i miei bozzetti, ipotizzando un’eventuale esperienza nella maison» racconta ancora Luciana.

Il ritorno a Cologno al Serio è molto movimentato: Luciana disfa e prepara poco dopo le valigie, senza certezze ma con grande entusiasmo: «La mia famiglia era preoccupata e non era d’accordo: mi dicevano che ero mezza matta. Io invece sapevo che dovevo provarci: se non fossi partita, sarebbe stato il mio più grande rimpianto». E così, con un inglese scolastico e i disegni di modelli pensati e ripensati, Luciana finisce da Allen Schwartz: «Ero assistente nell’ufficio stile, proponendo outfit per i department store di quello che è un brand di fast fashion molto forte in America – racconta –. I primi mesi ho fatto avanti e indietro tra Bergamo e Los Angeles, poi ho deciso di fermarmi due anni per farmi la giusta esperienza».

Quei due anni sono diventati una vita intera: «Con una crescita professionale, gradino per gradino, intensa e ricca di soddisfazione: sono diventata capo designer del brand con sette stilisti da coordinare». Dodici anni di collezioni e schizzi, presentazioni e viaggi in giro per l’America: «Intanto studiavo inglese e mi abituavo al sole e al mare: dalla nebbia della Bassa Bergamasca non è stato difficile» sorride mentre da Skype mostra il panorama dal suo terrazzo, a Santa Monica. È qui che si è trasferita, dopo aver diviso per parecchio tempo l’appartamento con delle ragazze: «Poi, quando me lo sono potuta permettere, sono finita qui, con il sole alle finestre e i surfisti che mi passano sotto casa».

Sembra americana anche lei, con quei capelli biondi, il sorriso ampio, e un accento morbido che lascia sfuggire ogni tanto le inflessioni orobiche: «Io il bergamasco non lo so parlare, ma in famiglia è un’abitudine» ride e continua a raccontare: «Negli anni ho cambiato diverse maison per fare nuove esperienze e migliorare le mie competenze: ho imparato a gestire il mio tempo libero, ad ascoltare la mia creatività, ad amare questa straordinaria città».

Viaggiando tanto: «New York, soprattutto, e devo ammettere che nel mondo del fashion essere italiani aiuta. In America moda significa Italia: amano la nostra storia e il design, credono nel potere artistico del nostro Paese, nella nostra genialità». Da quattro anni Luciana si occupa del marchio Sam Edelman, di proprietà del gruppo finanziario Kellwood: «All’inizio questo brand faceva solo calzature, sono stata io a proporre un progetto moda con una collezione per una giovane donna». Marchio noto in America, in Italia, Luciana lo compara a Pinko: «Prezzo medio, stile esuberante, attenzione ai dettagli: very cool! (di tendenza ndr)» commenta.

«Sono felice, perché amo il mio lavoro, ho realizzato il mio sogno – spiega –. Tutto grazie a una gonna a una festa a Montecarlo e alla mia capacità di ascoltarmi, di fare le scelte giuste, di lanciarmi con esuberanza: sono una che ci crede e che sopravvive nel mondo, come dicono sempre le persone che mi conoscono. Datemi una valigia e un biglietto aereo e io saprò cosa fare» sorride, e ammette: «C’è dell’altro: mi sposo il prossimo 5 settembre». Lui è Allen, è un agente finanziario che ha conosciuto in palestra: «Avevamo lo stesso personal trainer e lui faceva lezione prima di me, alle 6 del mattino. All’inizio pensavo fosse matto per fare sport così presto: è finita che me ne sono innamorata».

A giugno tornerà in Italia per definire tutti gli aspetti organizzativi delle nozze: «La cerimonia a Bellagio, con entrambe le famiglie. Come nelle favole». Perché lei ci crede, alle favole: «In fondo non mi sono ancora svegliata» ride, anche se qualcosa le manca: «Il senso di comunità che avevo a Cologno, l’andare dal tabaccaio in bicicletta, il caffè al bar dell’angolo con l’amica incontrata casualmente per strada. Quel senso di appartenenza che gli spazi grandi di un’America più individualista non permettono».

A Cologno, invece, c’è ancora quell’abbraccio affettuoso: «Il senso di comunità, quel sentirsi uniti negli anni che passano, anche nella vita che si fa diversa. Questo è un legame che è tipico dell’Italia». Come tipico dell’Italia è, ancora una volta, lo «stile modaiolo»: «In aeroporto, quando viaggio con i miei colleghi, facciamo sempre un gioco: riconoscere un italiano dall’abbigliamento. I miei compagni sono increduli: non sbaglio mai. Nel bene e nel male, l’italiano ha sempre a che fare con la moda»

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