Domenica 09 Maggio 2010

Alpini d'Abruzzo all'Adunata
per dire grazie a Bergamo

Non ci sono solo gli alpini di Bergamo che vanno in Abruzzo ad aiutare i terremotati. Le amicizie sono correnti di vita che viaggiano sempre in senso alternato: ci sono anche gli alpini abruzzesi che vengono a Bergamo per ritrovare gli amici che hanno lavorato assieme a loro tra le macerie in questi mesi. Sono accampati con le tende nell'area delle Cliniche Gavazzeni. Li riconosci subito perché invece di polenta e strinù dalle loro cambuse arriva un odore delizioso di pasta cafona e di carni ovine ben scottate: a Bergamo sono arrivati in massa anche gli «arrosticini».

Sulla tavola non c'è Valcalepio o Barbera, si sono portati il Montepulciano. È strano incontrare degli alpini che parlano con un accento del Sud; facce sabine, sannite accasate sotto la penna nera. Hanno le scarpe sporche di fango. Negli occhi ancora le prime ore dopo il terremoto quando non riuscivano, con le loro sole mani, a spostare le travi di cemento armato crollate «sapendo che sotto c'era ancora gente viva.

Sono stati momenti brutti. Poi, però, il sorriso e il grazie di una persona alla quale abbiamo dato un posto in tenda e una bottiglia d'acqua, magari la nostra, ci ha ripagato. Oppure dopo 15 ore che eri in mezzo a quel disastro ti ritrovavi un pezzo di pane in tasca infilato da chissà chi: sono cose che non si dimenticano».

In Abruzzo - spiega Antonio Iezzi, alpino di leva e volontario della Protezione civile - anche se non ci sono le Alpi è pieno di alpini, e hanno lo stesso spirito di quelli cresciuti all'ombra della Marmolada o della Presolana: «Siamo diecimila, raggruppati in 180 gruppi sparsi in tutte e 4 le province». Il maestoso rapace li ha arruolati due volte: L'Aquila per loro è il nome della città più nobile e potente e anche l'insegna sul cappello grigioverde. Colpa anche di Gabriele d'Annunzio, il Vate di Pescara che ha sparso a piene mani la sua retorica guerresca e italiana anche sulle alte cime del Gran Sasso.

Sono «gli ultimi alpini d'Italia»: più a Sud non ci sono più caserme. Militarmente parlando sono cresciuti assieme ai friulani, al Tarvisio. Hanno fatto la Russia, il loro battaglione ha combattuto sul Don. La sede degli alpini d'Abruzzo, al momento, è fuori combattimento: «Si trovava nel centro dell'Aquila, proprio di fronte al palazzo della Regione e purtroppo è stata non distrutta ma seriamente lesionata dal sisma del 6 aprile. Per di più, il giovedì di quella settimana avevamo firmato il contratto di acquisto per una nuova sede a Bazzano: la domenica notte è diventata inagibile anche quella. Cercheremo di recuperarla, ma non è facile».

Per tutto quest'anno hanno pensato prima agli altri: hanno gestito il Campo 4 di accoglienza a Paganica a partire dalle primissime ore dopo il terremoto: «È stato l'ultimo a essere chiuso, a gennaio. Stiamo ancora smantellando». Soprattutto, hanno gestito un magazzino molto importante che serviva tutta l'area del capoluogo. Sono diventati amici dell'associazione di volontariato bergamasca «Akja, soccorso piste sci», a partire da ottobre hanno lavorato insieme per la ricostruzione dell'Abruzzo.

«In questi giorni ci siamo dati appuntamento qui a Bergamo. Mi ero impegnato a rivederli - dice Iezzi - e l'adunata è l'occasione giusta. Oggi ricordiamo e rafforziamo la nostra amicizia». Vuole esprimere la sua gratitudine per l'aiuto che il suo popolo ha ricevuto: «In poche ore, da tutta Italia sono arrivati aiuti materiali e umani grandiosi. Chi ha lavorato in Abruzzo dice che è stata un'esperienza senza precedenti, nonostante quello che si dice in televisione. E, soprattutto Bergamo, non ci ha dimenticato anche quando i riflettori, dopo qualche mese, tendevano a spegnersi: un aspetto molto importante per noi perché è stato fatto molto ma non siamo ancora tornati alla completa normalità. Ci sono centinaia di paesi, borghi, frazioni che non vivono più come prima e che hanno ancora bisogno di aiuto».

Gli alpini nelle crisi sono eccezionali soprattutto nella gestione della logistica, l'impianto militare si fa sentire; e per la carica umana che sanno giocare nel contatto con la gente. Il loro stile è «forti e gentili». «Noi - dice Iezzi - non siamo dei superuomini, cerchiamo però sempre di aiutare tutti. Siamo abituati a farci carico dei problemi degli altri. Quello che ci distingue è un grande senso di appartenenza, che non esiste solo nei momenti di crisi». Anche per questo hanno raccolto «davvero tanti soldi per i terremotati: e quando andavamo a chiedere, solo perché ci presentavamo con il cappello alpino la gente dava di più. Anche più di quello che poteva».

Pure l'accoglienza del popolo abruzzese - dice un volontario dell'Akja - «è stata davvero ineguagliabile. Sin dalle prime ore ci hanno accolti a braccia aperte, noi eravamo andati giù ad aiutare loro e loro si facevano in quattro per aiutare noi. Come tratti umani gli abruzzesi sono molto simili ai bergamaschi. Hanno la stessa generosità: solo che noi all'inizio siamo più freddi, in apparenza, loro ci hanno dato subito, davvero, una grande amicizia».
 Carlo Dignola

m.sanfilippo

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