Mercoledì 09 Marzo 2011

«Troppo poveri, non mi resta
che dare mia figlia in affido»

È venerdì mattina e alla Caritas in via Conventino si pagano le bollette di luce, acqua e gas per chi ha aderito al Fondo famiglia lavoro. In un paio d'ore è un continuo andirivieni di persone che arrivano in città da tutta la provincia, a volte anche in autostop perché non hanno mezzi propri o i soldi per il biglietto dell'autobus. Il signor F., 43 anni, non regge l'emozione quando parla della figlia di 6 anni che porta sempre gli stessi vestiti diventati ormai stretti.

In Piemonte aveva un lavoro come guardia giurata e faceva la spesa al supermercato come fanno tutti. La promessa di un balzo di carriera come direttore tecnico in un istituto di vigilanza con affitto pagato l'ha fatto approdare a Bergamo carico di speranze e sogni. Sogni che si sono infranti quasi subito.

«Ho dato fondo a tutti i risparmi e così mi sono rivolto alla Caritas che mi dà una mano facendomi ogni 15 giorni una piccola spesa con cui cerchiamo di andare avanti. Per risparmiare non accendiamo il riscaldamento e viviamo con 13 gradi in casa, l'unico lusso che ci concediamo è una piccola stufetta che usiamo solo in bagno, la luce invece è sempre spenta. Adesso speriamo nel miracolo».

G., 46 anni, lavorava in una grande azienda di Alzano Lombardo che la crisi ha trasformato in cassa integrazione con 500 euro al mese qualche anno fa. «Non riuscivo a mantenere mia moglie e i miei due figli con quei pochi soldi. Così mi sono licenziato per potermi trovare un altro lavoro. Il problema è che un altro lavoro non riesco a trovarlo. Sono due anni che mangiamo pasta a mezzogiorno e alla sera, la Caritas fortunatamente ci ha aiutato a pagare qualche bolletta. Non riusciamo più ad andare avanti».

Accanto agli italiani c'è poi un esercito di extracomunitari venuti in Italia anni fa per sfuggire la fame ma che ora la fame la stanno patendo qua. È quello che è successo a S., 45 anni, senegalese in Italia ormai da 16 anni, una moglie e una figlia di 4 anni. «Ero convinto di venire qui e trovare una vita migliore, in Senegal non c'è lavoro, si muore di fame. Ho sempre lavorato come saldatore o come autista poi ad un tratto è cambiato tutto. Un anno e mezzo fa mi è scaduto il contratto e non me l'hanno più rinnovat».

«A casa mangiamo solo riso con un poco di zucchero dentro, altro non possiamo permettercelo. Ho proposto a mia moglie di dare nostra figlia a qualche famiglia, ho pensato che così potrebbe mangiare e stare bene ma lei si è messa a piangere. Quando si è disperati si arriva a fare di tutto».

m.sanfilippo

© riproduzione riservata