Martedì 12 Aprile 2011

La prima pietra del nuovo Gleno
Radici: anziani al centro di tutto

Appuntamento alle 11: la prima pietra di una nuova storia che guarda sì al futuro ma affonda le radici in un passato difficile. A tratti drammatico. Miro Radici è presidente della Fondazione Santa Maria Ausiliatrice dal maggio 2005, quando i privati decisero di raccogliere la sfida di salvare la storica Casa di riposo di Bergamo.

Il Gleno, come tutti sono abituati a chiamarla, che in quegli anni versava in condizioni davvero critiche. Al punto da rendere necessario un cambio di passo, una svolta: la costruzione di una nuova struttura. Si comincia oggi, e di corsa: per fine anno tutto dovrà essere pronto. Mese più, mese meno.

Presidente Radici, oggi è il grande giorno...
«È un nuovo inizio di un'avventura che parte da lontano, da quando noi privati siamo entrati nella Fondazione, rendendoci conto di essere davanti ad un bivio. O ristrutturare la parte vecchia del Gleno, con tutti i problemi del caso, oppure tentare con un progetto importante e ambizioso: una nuova casa di riposo. Abbiamo scelto questa seconda strada, trovando subito l'appoggio dell'amministrazione comunale, allora guidata da Roberto Bruni».

Una strada costosa, però.
«Decisamente costosa. Non a caso avevamo previsto la vendita di nostre aree di proprietà e la loro valorizzazione urbanistica per finanziare la costruzione della nuova struttura. Purtroppo la crisi immobiliare di questi anni ci ha fermati nella vendita».

Per questo avete scelto la formula del leasing in costruendo?
«Sì. Nel frattempo il bilancio della Casa di riposo, che aveva perdite importanti, è stato ripianato: il progetto resta ovviamente basato sulla vendita delle aree, ma nel frattempo anche se dovessimo attendere qualche anno siamo in grado di fare fronte ai pagamenti».

Il leasing non prevede anche la possibilità d'estinzione a partire dal terzo anno?
«Sì, ma non sono ottimista sull'andamento del mercato immobiliare: quindi per noi è importante l'autosufficienza economica in questa fase d'attesa».

Struttura nuova, e anche recupero d'efficienza?
«Soprattutto di qualità. È un progetto che valorizza le notevoli risorse e competenze della struttura, che non sono state mai messe nella giusta evidenza».

Per quale motivo?
«Mah, probabilmente c'era qualche problema di conflittualità interna che si trascinava da parecchio tempo. Inoltre, la struttura in sé non permetteva un lavoro di qualità, pur in presenza di elevate professionalità. Ma il nostro obiettivo primario è mettere al centro l'ospite, offrendo nel contempo al territorio una struttura che diventi un modello per tutti».

Dopo il Pio Albergo Trivulzio, questa è la seconda casa di riposo della Lombardia: nel dibattito pre progetto si era anche ipotizzato di scegliere la formula di tante strutture di dimensioni ridotte.
«Lo spezzatino, sì... Guardi, se mi permette la battuta, a me piace solo con la polenta. Seriamente, fin dall'inizio siamo stati pressati con questa idea bizzarra che il modello ideale fosse una struttura di 100 posti. Ecco, posso capire che dimensioni del genere possano avere un senso come maggiori opportunità di vicinanza al malato, ma dal punto di vista economico non reggeva proprio, nel nostro caso».

Dopo questi anni da presidente, secondo lei Bergamo sente ancora il Gleno come un patrimonio comune?
«Le dico la verità, purtroppo all'inizio il sentimento era ancora abbastanza negativo: secondo me un atteggiamento profondamente ingiusto e immeritato».

E ora? C'è ancora da lavorare in tal senso?
«Devo dire di sì. L'approccio iniziale è sempre visto in modo negativo: portare qualcuno al Gleno non è mai visto bene. Poi, dopo un po' di tempo, le famiglie degli ospiti si rendono conto del livello del servizio e del suo valore e le cose cambiano. Ecco, forse qualche difficoltà è in parte causata da una struttura vecchia».

Quindi le cose potrebbero migliorare con la nuova?
«Noi stiamo investendo molto sulla qualità, sulla ricerca e sul rapporto con il territorio: sono convinto che le cose miglioreranno eccome. Chiudiamo un cerchio importante e il nostro valore verrà riconosciuto come merita».

Diciamola tutta, le case di riposo sono ospedali geriatrici, ma i corrispettivi della Regione non sono di tipo sanitario.
«Questo è "il" problema. Noi ci stiamo preparando per essere di supporto al sistema sanitario, e siamo quasi pronti, ma le cose devono cambiare. Perché se per un ospedale un degente costa 10, non possono pretendere di dare 1 ad una casa di riposo, e purtroppo la proporzione è questa. Sociale e sanità devono avvicinarsi come corrispettivi».

Ha parlato di difficoltà economiche e conti che non tornavano: quanto sono pesati sulle spalle delle famiglie? E quanto peserà sulle rette future questo aumento di qualità?
«Non dico che in questi anni abbiamo lasciato intatte le rette, ma quasi: gli aumenti sono stati comunque contenuti. Con la nuova struttura, offrendo un servizio alberghiero di maggiore qualità, avremmo anche il diritto di chiedere di più. Ma se lavoriamo bene e recuperiamo ancora efficienza, contiamo di mantenere l'attuale livello. E tenuto conto che è sotto la media, ci piacerebbe scendere ancora più sotto».

Ma lei in questa battaglia ha sentito la città vicina?
«Purtroppo, come dicevo prima, l'approccio al Gleno è ancora negativo. No, la città, non l'abbiamo sentita molto vicina».

E la politica?
«Qualcuno più vicino di altri. Diciamo così».

Ma se tornasse indietro, accetterebbe ancora la presidenza?
«Ah, io sì. Me l'avevano sconsigliato anche amici esperti del settore, invece è stata una bella esperienza, sia dal punto di vista manageriale che umano».

Deve dire grazie a qualcuno?
«Ai miei consiglieri d'amministrazione, al direttore generale Lazzarini, ai privati, alle banche. Ma soprattutto a chi lavora ogni giorno nel Gleno, spesso in condizioni non facili. Poi certo, le battaglie la abbiamo fatte e continueremo a farle».

Con chi?
«Per chi, direi. La nostra mission è mettere al centro di tutto l'ospite. Il resto viene dopo, e tutto viene in funzione di questo obiettivo. Tutto».

Dino Nikpalj

m.sanfilippo

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