Mercoledì 21 Marzo 2012

Prestiti con tassi del 120%
Due pensionati dediti all'usura

Due settantenni bresciani hanno patteggiato la condanna davanti al gup Patrizia Ingrascì per aver prestato denaro a tassi spropositati (almeno il 120% annuo) a due donne. Che, secondo la versione ufficiale, sarebbero ricorse ai finanziamenti usurari perché non riuscivano a pagare le tasse.

Modeste le somme in gioco: 6.000 euro in un caso, poco più di 2.000 nell'altro. Ed è per questo motivo che i due, assistiti dall'avvocato Rosella Repetti del foro di Brescia, hanno potuto concordare col pm Franco Bettini una pena abbastanza contenuta. Un anno e due mesi per F. F., 72 anni, ragioniere in quiescenza di Darfo, agli arresti domiciliari; un anno con pena sospesa per il cognato, A. T., 77 anni, di Pisogne. In preliminare con loro c'era pure una donna, L. R., 56 anni, commerciante con negozio a Costa Volpino, nei confronti della quale il giudice si pronuncerà non appena il difensore, l'avvocato Michele Coccia, avrà comunicato la scelta processuale (il legale e l'assistita devono decidere se ricorrere all'abbreviato o proseguire in udienza preliminare con rito ordinario).

La negoziante, accusata di reclutare vittime tra le clienti, s'è sempre proclamata estranea alla vicenda ed è scagionata anche dalle due parti offese. La vicenda processuale è lo stralcio di un'inchiesta partita dalla Procura di Sondrio nel gennaio del 2011, quando un libero professionista aveva denunciato alla Finanza valtellinese di essere vittima di un giro di usura da più di 10 anni. In tutto questo tempo, secondo quanto raccontato dall'uomo, per estinguere un prestito da 100 milioni di vecchie lire, sarebbe arrivato a sborsare 600 mila euro. Indagando, le Fiamme gialle erano riuscite a risalire a F. F., ritenuto la mente del giro di usura ai danni di diverse persone, per lo più valtellinesi. L'uomo nell'ottobre 2011 era stato arrestato con il cognato che, per l'accusa, fungeva da custode degli assegni delle vittime. Nell'inchiesta di Sondrio erano finiti pure la negoziante L. R., la sorella di F. F. e una donna accusata di essere la prestanome a cui era intestato il patrimonio immobiliare di F. F.

Per saperne di più leggi L'Eco di Bergamo del 21 marzo

fa.tinaglia

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