Venerdì 01 Giugno 2012

«Dalla nascita alla laurea
servono 300 mila euro»

Un figlio dalla nascita all'università costa, in media, 300 mila euro: questo il dato che emerge dall'inchiesta curata dalla giornalista bergamasca Mariatilde Zilio, caposervizio Attualità del mensile Amica.

Cosa è emerso dalla sua inchiesta?
«Abbiamo preso spunto da una ricerca analoga che il nostro mensile aveva fatto nel 1965 per vedere quanto costava un figlio dalla nascita all'università: cinquant'anni fa il costo era di 20 milioni di lire. Oggi la spesa è di 300 mila euro, un costo che incide per il 35% sul bilancio familiare. I dati sono del rapporto Cisf, il Centro Internazionale studi famiglia: se si tiene conto solo dei beni indispensabili (casa, alimentazione, abbigliamento) la spesa è di 317 euro al mese, per complessivi 3.800 euro l'anno; a questi vanno aggiunte le spese per istruzione, sport e vacanze per un importo di 798 euro al mese, pari a 9.500 l'anno. E così si arriva 13.300 euro l'anno. Se i genitori sono separati la cifra lievita di circa il 10-15% e sale ulteriormente in caso di figli adolescenti. Questi dati si riferiscono alle grandi aree metropolitane; nei Comuni più piccoli gli importi diminuiscono del 10%. La spesa, inoltre, varia in base agli stili di vita: per chi rientra nelle fasce di reddito più alte un figlio può costare oltre 2.300 euro al mese».

Quali le voci che incidono di più?
«Quelle per la scolarizzazione, l'università e la tecnologia. Tra i 6 e i 17 anni si collega a Internet il 64,3% dei ragazzi, mentre nel 2001 la percentuale era del 34,3; tra gli 11 e i 17 anni la percentuale sale all'82,7%. Negli ultimi anni il costo per il cellulare è raddoppiato. E Federconsumatori ha calcolato che un figlio nel primo anno di vita costa da un minimo di 6.119 euro a un massimo di 13.486».

Cosa emerge dalle testimonianze delle famiglie?
«C'è un vissuto di grande fatica. Secondo l'Istat dal 1998 al 2011 la percentuale di famiglie con mamme casalinghe è scesa dal 40,5 al 28,7%. Quando una madre lavora c'è la necessità di maggiori servizi come baby sitter e asili nido, voci di spesa che incidono molto sul bilancio familiare. Ma i Comuni con asili nido sono ancora troppo pochi. Nel complesso sono dati che scoraggiano chi vuole avere un figlio».

Infatti il tasso di natalità diminuisce.
«Sì. Secondo l'Istat le famiglie sono oltre 25 milioni: di queste il 54% non ha figli, il 21,9% ne ha uno, il 19,5% ne ha due, il 4,4% ne ha tre e solo lo 0,7% ha più di tre figli. Siamo un Paese, come afferma il rapporto Cisf, dove gli sforzi per sostenere i costi dei figli sono concentrati sul minimo vitale, sulle spese primarie; da noi non investe sul capitale umano. Il bonus bebè, cioè fondo di credito per i nuovi nati, arriva fino a 5.000 euro, ma poi deve essere restituito in rate mensili al massimo in cinque anni».
Come le famiglie fanno fronte a questa situazione?
«Le forme di risparmio sono diverse. Basta pensare alle forme di riciclo di tutto quello che può servire ai bambini, come vestiti, lettini, passeggini che passano di mano in mano. Poi si taglia su divertimento, vacanze e uscite in pizzeria; si va in vacanza in campeggio o a casa di amici: chi ha tre o più figli non può permettersi di prenotare un albergo».

E il ruolo della donna?
«Le donne oggi sono molto penalizzate: sono moglie, madri e lavoratrici. Ci sono ancora casi di donne assunte solo con la garanzia della rinuncia alla maternità. È una situazione che penalizza la coppia che decide di avere figli, ma, alla fine, chi ne fa le spese in misura maggiore, anche da un punto di vista sociale e di realizzazione personale, è sempre la donna».

Cosa è cambiato rispetto al 1965?
«All'epoca eravamo in pieno boom economico. Ora in piena recessione. Dal punto di vista economico è più difficile oggi crescere un figlio. C'è una piccola fetta di super benestanti che non ha problemi, ma la classe media fa più fatica oggi rispetto ad alcuni decenni fa».

Quali gli interventi necessari?
«Occorre una seria politica di sostegno fatta di provvedimenti concreti: servono più servizi per l'infanzia, più aiuti per le donne che lavorano, più asili nido, sostegni economici che non siano a pioggia, ma strutturali».

e.roncalli

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