Martedì 31 Luglio 2012

«A 59 anni senza lavoro
Ora rivoglio la mia dignità»

«Cerco lavoro. Che mi permetta di giungere alla pensione. Che mi permetta di vivere. Che mi faccia sentire parte della società». Una storia, come tante ne sentiamo o ne leggiamo, sembrano tutte uguali, ma non è così. Perché una storia lavorativa non è fatta solo di contributi, di contratti, di calcoli Inps. Il lavoro è un filo che si intreccia a quello della famiglia, della vita privata, della propria dignità.

Non arrendersi - Abbiamo raccontato il buio di tanti bergamaschi, di padri di famiglia, di giovani laureati, di donne e di uomini, di ragazzi che cercano di entrare nel mondo del lavoro e di persone che una carriera lavorativa l'hanno percorsa e che ora, a pochi anni dalla pensione, si trovano disoccupate: è il dramma di tanti, troppi «over 50». Questa storia che raccontiamo è la storia di una donna che non vuole nascondersi dietro l'anonimato o l'enigma di due iniziali, accostate a un luogo imprecisato. Ha un nome, quello di una donna che, a 59 anni, si trova senza un lavoro da più di un anno e che ha deciso di non arrendersi nonostante tutto.
Bruna Carrara vive da sola ad Albino, in un appartamento che ha arredato con la sua fantasia, con quell'occhio e quello stile che le fa tirar fuori il bello e il prezioso anche da una cosa da nulla. Come fa nella vita, con quello sguardo positivo che l'ha accompagnata fino ad oggi, ma che ora, come lei dice, si trasforma in rabbia davanti all'impossibilità di riconquistare un lavoro. Una storia lavorativa iniziata in Svizzera, dove il padre era emigrante, con gli studi e l'impiego come disegnatrice tecnica, particolarista meccanica per la precisione. Poi la scelta di tornare in Italia, il matrimonio e la nascita di una figlia.

Il lavoro in Svizzera - L'esperienza svizzera le permette di trovare presto lavoro nell'ufficio tecnico di una ditta meccanica grazie ad un'inserzione su L'Eco di Bergamo. Poi i ventitre anni come impiegata in un'azienda tessile che da alcuni anni ha chiuso l'attività. E Bruna si ritrova a casa, pronta a rimettersi in gioco, ma lì inizia la lunga lista di impieghi a tempo determinato, come impiegata ma non solo. Lavora in un chiosco a preparar sandwich, come operaia in una tessitura, anche assistente in un rettilario. Tra un lavoro e l'altro lunghi mesi a casa, con un bilancio economico con cui fare i conti. «A quasi sessant'anni mi sono ritrovata, come tante donne, - racconta - con le certezze distrutte e, nonostante manchino pochi anni per raggiungere l'età pensionabile, la situazione non si sblocca. Prima della crisi tutto sembrava scontato, anche avere un lavoro. Ora il mondo del lavoro è profondamente cambiato».

Rifugiarsi nell'alcol - La crisi, secondo lei, ha cambiato le persone sottoponendole a rischi che non sono solo economici. «Ho visto donne rifugiarsi nell'alcol e molte nel buio della depressione. Io voglio reagire e dire che non voglio subire passivamente questa condizione». In molti l'hanno aiutata in questi anni, parenti e amici, e per loro ha allestito nella sua casa un albero di rami spogli, adornato con vivaci cuori rossi su cui ha scritto il nome delle persone care che le hanno dato una mano inaspettata. «La rete solidale non può durare in eterno - dice - e io voglio riconquistare la mia dignità di lavoratrice». Nella voce anche l'amarezza dell'aver incontrato chi cerca di approfittare della disperazione di chi si trova disoccupato. «La crisi, in alcuni datori di lavoro, ha acuito la smania di profitto. Facendo leva sulla necessità di molta gente di trovare un impiego, vengono offerti contratti sottopagati o lavori in nero. Il mondo del lavoro ha subito un'involuzione, perdendo la cultura del senso del lavoro, della responsabilità».

Se l'esperienza non conta - Aver lavorato per tanti anni sembra non contare più nulla a livello di esperienza, proprio perché le tecniche, le comunicazioni, il modo di lavorare è sensibilmente mutato. «E allora è come cercare un primo impiego. A sessant'anni però. Oggi sono una nonna. Mia figlia ha la sua famiglia e io ora vivo sola». Appare quasi una condanna essere donna, esodata come oggi si dice, alla soglia della pensione e cercare un lavoro. Ad uno degli sportelli a cui si è rivolta le è stato detto che è come «cercare di cavare sangue da una rapa», per poi consigliarle di trasferirsi in una comunità a cui versare, per vitto e alloggio garantiti, la sua pensione. «Io voglio un lavoro, non un accomodamento. Ho bisogno di vivere e non voglio deprimermi. Non voglio vivere a sbafo dello Stato, perché mio padre mi ha insegnato l'onestà e la dignità. Non voglio arrendermi».

E poi, alla fantomatica comunità, quale pensione potrebbe versare? Per averla, Bruna deve lavorare ancora. È quello che vuole, semplicemente questo. «Ho bussato a mille porte, ho inviato lettere, curriculum, inserzioni, senza ricevere risposte. Mi sono presentata di persona in tanti luoghi, senza risultato da più di un anno. In molti non hanno nemmeno risposto, altri hanno liquidato la richiesta con il solito "le faremo sapere" e intanto il tempo passa e il bisogno di lavorare cresce».

La storia è questa, con un finale sospeso che lascia l'amaro in bocca. «Se qualcuno potesse farla diventare una storia a lieto fine, con l'offerta di un lavoro, allora sì che ricomincerei a vivere e ad essere felice così, semplicemente».

Monica Gherardi

a.ceresoli

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