Venerdì 18 Gennaio 2013

La mafia nella Bergamasca
«emerge nei momenti di crisi»


Dottor Massimo Meroni, procuratore aggiunto, quante segnalazioni su presunte infiltrazioni mafiose avete ricevuto negli ultimi tempi?
«Sono così poche che non saprei nemmeno quantificarle».

C'è chi dice che le denunce sarebbero poche perché certe situazioni, soprattutto nel settore imprenditoriale, farebbero comodo anche alle vittime.
«È una tesi ragionevole. Ma io non sono abituato a dire cose se non ho elementi per sostenerle».

Nelle intercettazioni dell'inchiesta milanese «Infinito», c'è un presunto appartenente alla 'ndrangheta che pare intenzionato ad acquistare una ditta bergamasca del settore movimentazione terra.
«Le aziende per la movimentazione terra da sempre sono state un terreno di facile coltivazione per un certo tipo di organizzazioni, forse perché in certi territori erano le più diffuse o le uniche esistenti».

Uno dei reati dietro cui potrebbero celarsi le pressioni mafiose è il rogo doloso.
«Io ne tratto tantissimi di incendi. Sono quasi tutti in campagna, ai danni di stalle e fienili, oppure di auto e furgoncini».

E anche in questi casi non è emerso alcun collegamento con la criminalità organizzata?
«Le vittime dicono sempre: non so, non ho visto, non sono mai stato minacciato, non ho mai subito pressioni di alcun genere».

Si è già insinuato, nel caso di Yara, che i bergamaschi sarebbero omertosi. Allora è vero?
«Non lo so, può darsi che non parlino perché non hanno nulla da dire. Quando c'è, ad esempio, un mezzo incendiato, la prima cosa che si fa è chiedere se il proprietario sia mai stato minacciato o se gli siano mai state avanzate richieste. Ebbene, tutti quelli che io ho visto, tutti indistintamente, hanno risposto no».

E a voi questi comportamenti hanno mai insospettito?
«In un paio di casi abbiamo intuito che c'era qualcosa di poco convincente nella risposta negativa. Noi avevamo deciso di avviare un'attività un po' più penetrante, ma l'ufficio gip ci ha negato l'autorizzazione alle intercettazioni».

Perché?
«Forse perché non ritenevano ci fossero sufficienti indizi per autorizzare quel tipo di attività di indagine».

Altro reato-spia è l'usura.
«Praticamente non c'è, i numeri sono davvero bassi».

Non è che con la crisi l'usuraio viene visto come una sorta di benefattore e quindi in pochi sono portati a denunciare?
«Beh, posso solo dire che i procedimenti, pochissimi, sono nati da attività d'indagine su altri fatti».

Estorsioni, altro reato di prossimità con le infiltrazioni mafiose.
«Di tentate ce ne sono. Non tantissime, ma ce ne sono. Ma della tipica estorsione da associazione mafiosa, e cioè il pizzo agli esercizi pubblici, io non ho memoria».

Le turbative d'asta: anche questo reato da colletti bianchi a volte nasconde i tentacoli delle organizzazioni criminali.
«Qui ci sono, ma non credo siano collegate a questo tipo di criminalità»

Se lei dice che a Bergamo non ci sono molte segnalazioni, vuol dire che la mafia è quasi assente oppure che sta lavorando sotto traccia e bene?
«Non lo so. Magari le segnalazioni ci sono e sono finite direttamente alla Dda di Brescia (competente per reati di mafia, ndr). Oppure non ci sono perché veramente non c'è il fenomeno. Oppure ancora perché, come dice lei, la mafia lavora bene. Però, in genere, è nei momenti di crisi come questo che si registra la rottura e che si tende a denunciare. Fino a che comunque ci si guadagna un po' tutti, perché mettere dei granelli di sabbia negli ingranaggi? Nel momento in cui gli ingranaggi non funzionano più, magari...».

Il boss Tanino Fidanzati in villeggiatura a Parre, i figli del presunto capoclan Bellocco in trasferta in Valcalepio. Possiamo considerare Bergamo un luogo dove ripararsi per far decantare le pressioni investigative?
«Mah, un conto è andare su un'isola caraibica, dove allora uno scompare. Ma se opero a Milano e vengo a Bergamo, è un po' come se continuassi a stare a Milano».

a.ceresoli

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