Lunedì 11 Febbraio 2013

Bersani, «pienone» a Bergamo
«Daremo una scossa al Paese»

La neve porta bene al Pd. «Ha cancellato ogni segno verde a Pontida», scherza l'aspirante presidente della Regione Umberto Ambrosoli, che da Lecco a Bergamo ha «salutato» il pratone. E non ha scoraggiato l'onda democratica che ha riempito (oltre ogni previsione) il centro congressi per l'arrivo di Pier Luigi Bersani.

Il candidato premier che ricorda: «Se andremo a votare sotto la neve lo si deve al fatto che le ronde padane non hanno fermato l'ndrangheta e che Berlusconi ha mandato a casa due mesi prima Monti». Il Professore che il Pd ha sostenuto lealmente «anche mandando giù dei pilloloni che dovremo aggiustare» e «che ora, invece, ogni giorno ci scopre un difetto».

Nei, che «il figlio del meccanico a cui girano se dicono che siamo noi quelli delle banche» respinge al mittente. «Solo in Italia esistono i partiti-persona. Dopo Berlusconi, Monti, Grillo, Ingroia cose c'è? Se non vogliamo andare avanti così, c'è solo il Pd, un grande partito riformista e popolare». Perché, se la matematica non è un'opinione, «vince chi arriva primo. Ci siamo noi e la destra. Tutti i voti sono utili, per rabbia, protesta o amore. Ma per vincere la destra ce n'è uno solo di voto, ed è quello per il Pd».

Il pubblico carica Ambrosoli e Bersani, convinti di farcela, anche in una terra ostica come il Nord, deluso, però, dalle promesse tradite di Lega e Pdl. Alzano le braccia insieme, in segno di vittoria. «Vinceremo per un'Italia e una Lombardia giuste, moderne e protagoniste in Europa», ripetono e lo si legge sui cartelli rossi che la platea agita al ritmo degli applausi. Ed è un voto chiesto «a testa alta».

L'avvocato milanese espressione del patto civico «perché in Lombardia è un'occasione unica di cambiamento»; il leader del Pd «perché non siamo degli abusivi, quello che abbiamo detto lo abbiamo sempre fatto. Dalla scelta dei candidati tramite le Primarie al codice etico per le liste. Noi le favole non siamo proprio capaci di raccontarle, anche quando qualcuno diceva che la crisi non c'era e che stavamo meglio degli altri. Semmai abbiamo proposte credibili. Siamo convinti che l'Italia ne verrà fuori, ma tramite la verità e non con la demagogia. Solo noi possiamo dare una scossa positiva e morale a questo Paese».

Per chiudere il ventennio del provincialismo «traditore» della Lega - «A furia di chiudersi e di dire di andare via dall'Europa, dall'Italia e dalla Lombardia, in Europa pensano che il mandolino lo suoniamo anche a Bergamo. Per il leghista finlandese anche Maroni è un terrone» - e del personalismo e populismo berlusconiano. Ma ce n'è pure per Grillo: «Promette mille euro al mese a tutti per tre anni. Sei scarso, perché già che ci sei, non ne prometti 2 mila?». Il Pd si tira fuori dalla «fregola di restituire (dall'Imu in su)» e dal gioco «di chi spara la mina più grossa».

Sul piatto mette «moralità e lavoro». Che si crea potenziando i Confidi, sbloccando i pagamenti della pubblica amministrazione, creando un grande piano di piccole opere, ritirando fuori dal cassetto di Piano industriale («Da 2015 si chiamerà 2020, perché comunque è sempre valido»), alleggerendo l'Irpef sul lavoro e le pensioni. Due gli obiettivi: far girare liquidità e consumi. Senza perdere di vista i diritti: quelli civili, quelli delle donne, quelli dei figli dei cittadini immigrati. I giovani democratici seduti per terra sul palco (stile convention americana) approvano. Sotto, in prima linea, i candidati (dal segretario regionale Maurizio Martina all'ex sindaco Roberto Bruni, ai parlamentari uscenti Antonio Misiani e Giovanni Sanga, fino agli aspiranti Elena Carnevali e Giorgio Gori) e i militanti di sempre per una sera sognano di avere già in tasca il (doppio) risultato. Anche Bersani e Ambrosoli se ne vanno più sorridenti, testando una temperatura diversa da quella misurata ultimamente dai sondaggi. Ma domani (anzi già oggi) è un altro giorno da sudare. Ne mancano 12.

Benedetta Ravizza

a.ceresoli

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