Domenica 14 Aprile 2013

Titta, fuoriclasse del giornalismo
Sempre controcorrente, sempre amato

Titta Pasinetti è stato il più estroso giornalista bergamasco della fine del secolo scorso. Ha lavorato al Giornale di Bergamo, al Gazzettino di Venezia e a Il Giornale, scrivendo di sport, cronaca, festival, costume, doping e altro ancora. Era curiosissimo come tutti i fuoriclasse. Ha perso una battaglia coraggiosa contro il male quand'era soltanto cinquantenne.

È successo dieci anni or sono. Per dire della sua cifra, basti pensare che ancora oggi decine di amici (e amiche) vivono nel suo ricordo. E capita anche a me. Era un bell'inizio d'estate, quello del 1983, con giornate che ti incoraggiavano ad andare in giro per riempirti gli occhi di paesaggi e di allegria. Titta raramente prendeva appuntamento. Non so con gli altri, ma con me funzionava così. Favorito dal fatto che sapeva di trovarmi in albergo, si materializzava all'improvviso, anche di notte, per una chiacchierata, un'idea, una proposta, una cedrata Tassoni, un articolo da condividere, una provocazione da mandare in onda, un parere sull'ultima fiamma, varie ed eventuali.

Apparve anche quel pomeriggio di giugno e propose, col suo modo sbrigativo e coinvolgente che non prevedeva repliche, di accompagnarlo a Sarnico: c'era la Cremonese in ritiro e Il Giornale mandava il suo inviato di punta per raccontare l'atmosfera. E Titta sapeva descriverla come pochi. Arrivammo all'Hotel Cantiere in men che non si dica. Titta al volante non si poteva definire un indeciso. C'era anche Achille Bortolotti, il padrone di casa, che usava tutto il suo carisma e, nei riguardi dei cronisti più giovani, si spingeva anche più in là: ci tirava un buffettone sulla guancia che, nonostante le apparenze affettuose, quasi sempre ti lasciava un po' di segno. Da solo non avevo scampo. In compagnia di Titta, la malparata toccava principalmente a lui. Ricordo la confidenza di Emiliano Mondonico alle domande di Titta, particolare che suscitò ammirazione e mi spinse a prendere appunti su come affinare il mestiere. Ripresi quindi la via del ritorno già appagato in quanto a incontri, lezioni, panorami, ricordi. Ma non era finita. «Adesso ti porto a mangiare il gelato più buono del mondo», sentenziò Titta con l'inflessione che non accettava repliche.

Gli indirizzi delle cose migliori, qualsiasi esse fossero, li conosceva molto bene. Percorrendo la provinciale, s'era fermato a Credaro, sulla destra dello stradone, alla Gelateria Biffi. E aveva offerto lui. Perché la generosità di Titta non conosceva confini. Riprendemmo l'autostrada con animo più leggero e soddisfatto: guardavo Titta al volante e pensavo a come un giro in auto e un cono di gelato, se eri con lui, ti cambiavano decisamente la giornata. Vent'anni dopo quel cono, e tantissimo altro ancora, Titta è volato via.

Nella primavera successiva, siamo nel 2004, mio figlio, vedendomi giù di corda, mi consigliò qualche seduta da Uli, esperto di medicina cinese con studio in Valcalepio. Preso l'appuntamento, Alessandro mi precedette con la sua auto per mostrarmi il percorso: entrò in Credaro e, dopo un semaforo, girò a sinistra su per la collina. Solo in quel momento, alzando gli occhi, rividi la gelateria di tanto tempo prima. Da allora non l'avevo più incrociata. Ed è finita che ho fatto amicizia con Nello e Lisa, la bella coppia che distribuisce coni e sorrisi, e che ha ricordato Pasinetti dedicandogli un gusto di gelato «ciclistico», il Confetto rosa. È l'esempio lampante di come Titta riesca a farsi voler bene anche semplicemente attraverso il racconto di quello che è stato per i suoi amici. Che si allargano subito ad amici degli amici. Forse Facebook l'aveva inventato lui e non ce l'ha mai detto. Per quanto riguarda il ritorno in gelateria, ho sùbito pensato che nella vita non succede mai nulla per caso. È stato Titta a farmi ritrovare un indirizzo che mi ero sempre dimenticato di chiedergli.

Pier Carlo Capozzi

fa.tinaglia

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