Mercoledì 24 Aprile 2013

La tragedia del Monterosso
«Mamme vincenti e disperate»

Ci sono lettere che valgono un editoriale: questa, sulla tragica vicenda del Monterosso, ci ha particolarmente colpiti.

«Caro direttore, leggo della mamma di Monterosso e sto male. In troppe ci siamo trovate o ci troviamo a convivere con l'orribile sensazione di non potercela fare, con l'unico desiderio di proteggere fino in fondo le nostre creature, anche se proteggerle, nella nostra mente ormai troppo stanca, può voler dire portarle con noi per sempre. Non è colpa nostra.

Ci hanno abituato a essere vincenti, sempre, qualunque cosa facciamo: abbiamo studiato, abbiamo viaggiato, ci siamo costruite una vita che apparentemente è perfetta. Possiamo avere un ottimo marito, o scegliere di allevare da sole le nostre creature. Possiamo lavorare o non lavorare, farci aiutare o sbrigare tutto da sole. Andiamo al parco e poi all'asilo, a scuola, ai corsi. Scegliamo, scegliamo, scegliamo... e alla fine abbiamo il peso di una responsabilità che non sappiamo più sopportare perché ci sentiamo sole.

E intorno il vuoto assoluto di un mondo che a noi sembra stare lì ad aspettare il nostro passo falso: le ostetriche del nido in ospedale che ci trattano con sufficienza, stanche dei nostri inevitabili piagnistei, le pediatre che si fanno rincorrere, le altre mamme che - ma forse noi per prime - si lamentano della loro situazione, della suocera, del marito, dei figli e intanto pensano che stanno molto meglio di te; le maestre dell'asilo o di scuola che caricano la nostra mente e la nostra agenda di micro impegni: fai la torta per la festa di classe, porta le forbici per il lavoretto, ricordati i calzini antiscivolo. Non sarebbe niente se, non facendo la torta o dimenticando i calzini, tutto andasse avanti nell'indifferenza, e invece no: parte la faccia schifata della maestra che «non è possibile che anche questa volta ti sei dimenticata», torna a casa tuo figlio in lacrime perché era l'unico a non avere le forbici e la maestra non gli ha fatto fare il lavoretto... e tu non reggi più. Perché tu hai sempre vinto, ma adesso ti stanno chiedendo troppo: e non è possibile che nessuno si accorga che tu hai due occhiaie che arrivano alle mandibole, che hai nervi che stanno crollando, che sei stanca eppure la giornata lunghissima è appena cominciata. Siamo sole, alla fine, quando ci chiudiamo la porta alle spalle: sole con le nostre creature magari sporche, magari affamate, magari capricciose. Chiudiamo quella porta e ci lasciamo fuori tutti quelli che si aspettano qualcosa da noi. Che per noi, adesso, sono troppi. Perché se uno il coraggio non ce l'ha, non se lo può dare. Cominciamo davvero a capire l'importanza di un gesto o di un sorriso nei confronti di una giovane mamma: se le si desse una mano vedendola in difficoltà con figlio capriccioso al parco, se le si dicesse che non importa se l'ha portato per la terza volta dalla pediatra per una lieve febbriciattola, perché se questo serve a rassicurarla va bene farlo, che le forbici non sono un problema, perchè la maestra ci sorride e ci fa capire che ne ha un paio di scorta pronte per il tuo bambino, e non batte ciglio per le calze antiscivolo che hai dimenticato per la seconda volta consecutiva, perché intanto vanno benissimo i calzini che ha addosso tuo figlio. Lui farà qualche scivolata ma tu, mamma, non precipiti nel baratro.

Ecco, forse bisognerebbe capire che nella giornata di una giovane mamma basta niente, ma proprio niente, per farla precipitare, ma basta altrettanto niente per aiutarla: la vicina di casa che in un giorno di pioggia torrenziale chiede alla giovane mamma se ha bisogno di qualcosa, evitandole di uscire a fare la spesa, con bimbo, ombrello, passeggino, copertura impermeabile; la collega d'ufficio che evita il ghigno maligno se la giovane mamma arriva con qualche minuto di ritardo; se in coda dal macellaio la gente lasciasse passare la mamma con bimbo che urla spazientito, evitando di metterla in imbarazzo; o le si cedesse un parcheggio più comodo, o la suocera al posto di telefonare cento volte per chiederle se ha bisogno di qualcosa, le portasse una cena pronta, senza dire niente e in silenzio se ne andasse, o quel nugolo di nonni degli altri che accompagnano a scuola il nipote tutti insieme, tanto loro devono passare il tempo, ogni tanto si offrissero di dare un passaggio anche al suo. Poche parole ma fatti piccoli, piccolissimi, eppure enormi quando siamo ? o ci sentiamo ? in difficoltà. Dopodichè ci saranno i sostegni, gli psicologi, i centri di ascolto, ma intanto cominciamo a fare qualcosa noi. Ho tre figli, la più grande ha 10 anni. Ho girato parchi, spiagge, biblioteche, aerei, ristoranti, asili, scuole, corsi, treni, strade, campeggi, musei, metropolitane, alberghi, cinema, rifugi, barche, oratori, mostre, sale d'aspetto, teatri, ho spesso trovato persone che mi riempivano di complimenti se i bimbi erano in ordine ed educati. Non ho mai trovato nessuno che mi tendesse la mano quando ero in difficoltà. Un abbraccio ad Alessia».

E. M.

fa.tinaglia

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