Giovedì 25 Aprile 2013

L'angolo del muro
rimane un simbolo

Ecco la fetta di salame più originale di Bergamo. A ben vedere anche la più discussa. La definizione rappresenta un'assenza, un taglio diagonale perfetto che caratterizza il palazzo di via Autostrada altrimenti noto come il muro, al centro per un anno di una querelle architettonico-urbanistica che ci ha insegnato molto in molti campi.

Oggi ne parliamo perché lo vediamo. Finora lo si intuiva dietro i teloni, fra i tubi innocenti, ancora troppo cantiere per eccitare la fantasia di chi dovrebbe scriverne. Ma oggi, come dire, qualcuno ha tolto le mutande alla Cappella Sistina.

Prima, insopprimibile domanda: tutto qui? Una indignazione collettiva, centinaia ai lettere, opinioni a confronto, una campagna giornalistica, minacce di querele, notti in consiglio comunale, impegni solenni e solennemente procrastinati. Tutto per questo taglio bianco che non ci restituisce la vista immortale di Città Alta e non vale un'unghia di quelli di Fontana.

Il bergamasco concreto rallenta, misura col pollice davanti all'occhio e ribadisce: tutto qui? No, c'è molto di più. Ciò che non è visibile all'occhio è migliaia di volte più importante del muro, del taglio e del bianco che pure ha un suo fascino. È lo stesso motivo per il quale le croci a Omaha Beach non testimoniano l'esistenza di un cimitero, ma il supremo sacrificio dei popoli per liberare l'Europa.

È lo stesso motivo per il quale un libro o un brano musicale ad effetto non sono mai un etto di carta o un insieme di note, ma un'esperienza. Il simbolo di qualcosa che - grande o piccolo - resta. Il taglio del muro, ultimo atto della storia del muro, è qui a ricordarci che una città ha un'anima collettiva, talvolta un'anima critica collettiva.

E può avere la forza di trasformarla in opinione per cambiare le cose. Quel fine agosto del 2011, numerosi bergamaschi tornando dalle vacanze e svoltando dal casello per entrare in città, per la prima volta nella loro vita non hanno più visto il panorama di Città Alta, ma quel cantiere.

Cos'è? cosa significa? Perchè quel fleur du mal di cemento spuntato durante le ferie? Mail, lettere, telefonate al nostro giornale furono l'indicazione di un interesse vero, spasmodico, che presto svoltò verso l'indignazione. E fu per noi curioso scoprire, dopo qualche richiesta di approfondimento, che neppure l'amministrazione comunale sapeva esattamente cosa fosse, perché fosse lì e chi lo avesse autorizzato.

Adesso è inutile ricominciare da zero, anzi è persino noioso. Cogliemmo il senso di una sottovalutazione della cosa, di una distrazione colpevole rispetto a un manufatto di impatto urbanistico non indifferente, di una passività che andava criticata nei confronti di un parallelepipedo di calcestruzzo che tutti sembravano vedere tranne coloro che lo avevano autorizzato. E come dicono i bergamaschi di montagna: «Dopo tre fette si capisce che è polenta».

Tutti si fermarono a ragionare, il tema dei coni architettonici (raramente rispettati) tornò d'attualità. E una sensibilità collettiva per lo sviluppo condiviso della città prese piede a tal punto da sfociare in dibattiti, scenari politici e persino nel nostro Ecolab. Tutto questo in sintonia con l'affermarsi di una esigenza collettiva di salvaguardare il bene comune.

Seconda domanda: ne valeva la pena? Certo, basti notare la prudenza con la quale la politica e gli uffici tecnici preposti si avvicinano, da allora, ai piani attuativi (peraltro congelati dalla grande glaciazione della crisi). E basti riflettere sulla richiesta di consenso che simili iniziative, da allora, presuppongono. Come normalmente accade nel resto d'Europa. Qualcuno ancora oggi, incontrandoci, trattiene a fatica la domanda: cosa c'era dietro? La risposta rimane la stessa di allora: «Ci interessava innanzitutto cosa c'era davanti».

Soprattutto perché davanti, con la nostra stessa aria perplessa e dubitosa, c'erano i nostri lettori. Se stamane passando in auto vedrete quel taglio diagonale e vi chiederete cos'è, sappiate che non è un'idea architettonica, non è un alibi e neppure una foglia di fico. È uno spicchio di coscienza. La coscienza critica di una città. Quella che da oggi funziona meglio.

Giorgio Gandola

m.sanfilippo

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