Domenica 05 Maggio 2013

Il vescovo Beschi va in piazza
insieme alle scuole paritarie

«La Chiesa è per la scuola perché sta dalla parte dello sviluppo integrale della persona. La scuola resta fattore centrale di promozione umana. Non è l'unico, ma rappresenta il luogo dove per le nuove generazioni si fa sintesi fra famiglia, cultura e società. Per questo non si può rinunciare, con tutta la fatica del caso, a lavorare su un'idea comune di educazione, evitando le concezioni riduttive che la vogliono solo creatrice di abilità tecniche».

Così il vescovo Francesco Beschi, citando anche il cardinal Bagnasco, ha riassunto il senso dell'impegno educativo cattolico alla manifestazione organizzata ieri da diocesi e associazioni dei genitori, intitolata «Per una scuola della società civile». La mattinata è stata suddivisa in un convegno al Centro congressi e in un momento di «visibilità» in piazza Vittorio Veneto e sul Sentierone insieme ai genitori e ai bambini delle scuole paritarie, al quale ha partecipato anche il sindaco Franco Tentorio.

L'incontro, in contemporanea con il laboratorio nazionale della Conferenza episcopale italiana in corso a Roma «La Chiesa per la scuola», ha messo in fila i pezzi di un puzzle complesso (con gli interventi di monsignor Vittorio Bonati, Marco Filisetti, don Giuseppe Belotti, Lucia Marsella, Danilo Minuti) ma ha anche aperto, grazie alla presenza dell'assessore all'Istruzione della Regione Lombardia, Valentina Aprea, del rappresentante dell'Ufficio scolastico regionale Luca Volonté e del combattivo presidente regionale Fism Casimiro Corna, un possibile percorso sperimentale rivolto alla scuola dell'infanzia.

Sono note infatti le difficoltà economiche della scuola paritaria, ammessa in linea di principio a far parte - in quanto servizio senza fini di lucro - del sistema pubblico di istruzione, ma che in realtà sopravvive grazie alle rette pagate dai genitori (il contributo statale complessivo è di 500 milioni di euro contro un bilancio Miur di 43 miliardi per il comparto istruzione). Il caso italiano è unico in Europa, ma la strada per una reale armonizzazione del sistema è ancora lunga, persistendo ostacoli ideologici, economici e amministrativi.

Tuttavia - questa la proposta lanciata al convegno - si può ragionare sulla scuola d'infanzia che ha caratteristiche particolari: è sicuramente «popolare», non appartiene all'«obbligo» scolastico pur essendo frequentata dal 93% dei bambini, è nei numeri sbilanciata a favore degli istituti paritari.

In Bergamasca, per esempio, le materne statali - come ha ricordato la dirigente dell'Ufficio scolastico Patrizia Graziani - sono 121 con 9.800 allievi contro 244 paritarie con 23.400 bambini. Quest'anno per la prima volta 150 bambini non sono stati iscritti e non si tratta di figli di stranieri forse rientrati per la crisi nei Paesi d'origine. Inoltre, a causa delle rette più pesanti (in media 150 euro al mese contro il centinaio delle statali) le materne parrocchiali hanno visto calare gli iscritti, mentre sono aumentate le liste d'attesa alle statali.

Poiché la presenza sul territorio di scuole d'infanzia paritarie rappresenta un risparmio per l'ente pubblico (che non deve provvedervi in proprio) si può pensare a un riequilibrio delle iscrizioni e dei contributi (oggi molto diversi da Comune a Comune) ridisegnando le offerte formative dei territori locali, con una regia da parte delle istituzioni regionali, sia della scuola sia della politica. Un percorso tutto da disegnare, ma che in Lombardia non sembra impossibile e che valorizzerebbe una presenza educativa storica raccordandola alle esigenze del presente. Per ora nelle scuole parrocchiali gli stipendi sono a rischio: «Non siamo ancora riusciti a riscuotere il finanziamento assegnato di 275 milioni - ha sottolineato Corna - e non so quanto potremo resistere».

Susanna Pesenti

m.sanfilippo

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