Mercoledì 08 Maggio 2013

L'ospedale e il futuro che non c'è
Bergamo alzi la voce con Maroni

di Alberto Ceresoli
Tutto si può dire meno che sia stato un fulmine a ciel sereno. Che anche la seconda asta per la vendita dell'area occupata dagli Ospedali Riuniti andasse deserta se lo aspettavano tutti, viste le premesse dei mesi scorsi. La drammatica crisi dell'edilizia e del mercato immobiliare da un lato, e gli alti costi da sostenere per acquistare e «gestire» tutto quello spazio dall'altro, non potevano certo far presagire nulla di buono. Ma nonostante le avvisaglie, comunque, nessuno ha pensato bene di rivedere le cose, cercando il modo (il tempo non mancava, la volontà forse) di stemperare concretamente i vincoli imposti ai possibili acquirenti. Che, puntualmente, non si sono presentati.

E ora che si fa? La domanda è ovviamente scontata, non così la risposta, che di certo non arriverà a stretto giro di posta, lasciando così a mezz'aria una situazione tanto complessa quanto spinosa. Complessa perchè stiamo parlando di un'area centrale di grande pregio che non può certo marcire sotto il peso dell'incuria e dell'abbandono. Spinosa proprio perchè non ci si può permettere che incuria e abbandono (con tutti gli annessi e connessi, dai topi ai topi di appartamento...) la facciano da padrone. Forse, allora, è davvero venuto il momento che Bergamo, tutta Bergamo, cominci a picchiare i pugni sul tavolo e a far la voce grossa non tanto con i vertici dell'ospedale (che, a conti fatti, stanno tra l'incudine e il martello, non potendo decidere praticamente niente sull'intera questione), ma con la Regione Lombardia di Roberto Maroni, che dell'area è proprietaria.

Proprietaria - va ben specificato - per acquisizione, o meglio per incorporazione coatta: l'area, infatti, finì armi e bagagli nelle casse milanesi quando l'azienda ospedaliera (autonoma a tutti gli effetti) finì nel circuito del Sistema sanitario regionale. È pur vero che da allora la Regione si è presa in carico la gestione dell'ospedale cittadino, ma questo non basta per demandare al Pirellone le scelte - urbanistiche e non - su un angolo di città tra i più preziosi.

Si potrà obiettare che gli accordi di programma fin qui firmati hanno sempre visto il coinvolgimento e la condivisione del Comune di Bergamo, ma si può anche avanzare il dubbio che quegli stessi accordi - sì discussi e approvati in Giunta e in Consiglio comunale - fossero più il frutto delle convenienze politiche del momento (e vale per tutti coloro che hanno retto le fila di Palazzo Frizzoni negli ultimi vent'anni, più inclini alle richieste milanesi e romane...) che non delle reali necessità dello sviluppo di quell'area, viste - magari - con un po' di lungimiranza.

Invece, di volta in volta, si è ceduto alle sirene di chi garantiva uno stanziamento di 40 miliardi di vecchie lire da parte del ministero competente per trasferire lì l'Università (in tempi in cui l'Italia non aveva già più un becco di un quattrino per simile iniziative, come rivelatosi alla fine), per poi far uscire l'ateneo da tutta l'operazione, facendolo successivamente rientrare - un po' dalla porta, un po' dalla finestra - con programmi via via sempre diversi, fino a raggiungere il paradosso: l'unico ente che oggi, soldi alla mano, potrebbe aprire un cantiere lì dentro è proprio l'Università di Bergamo. Che non solo ha il denaro necessario per fare quello di cui ha bisogno, ma ha anche il bisogno di fare alla svelta, se è vero che oltre il 35% dei suoi studenti non risiede nella Bergamasca, e proprio a costoro l'ateneo di via Salvecchio vorrebbe in qualche modo garantire un tetto.

Ma l'Università di Bergamo potrà aspettare ancora molto le scelte sul futuro dei vecchi «Riuniti» oppure avrà presto la necessità di destinare altrove le risorse già accantonate? La questione non è di poco conto, anche perchè, sotto la guida del rettore Stefano Paleari, l'Università a tutto tende meno che a rallentare il proprio sviluppo, per altro reso già difficile dagli stanziamenti statali, non del tutto in linea con i diritti degli studenti bergamaschi.

Tra breve, non c'è alcun dubbio, si sprecheranno i tavoli di lavoro aperti su più fronti per analizzare la questione e trovare le soluzioni più idonee al problema. Nel frattempo però urge qualcosa di concreto per contrastare l'abbandono: il trasferimento dell'Anagrafe comunale al vecchio Cups dei «Riuniti» rappresenta un piccolo segno, ma occorre ben altro per tener vivo quell'angolo di Bergamo. Che ora, dopo aver fatto tanto, tantissimo, per quello degli altri, ha bisogno del «cuore» di tutti bergamaschi per continuare a sentirsi vivo e a far vivere tutta la città.

Alberto Ceresoli

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