Mercoledì 19 Agosto 2009

Muratori «bergamaschi doc»
solo se sprezzanti del pericolo

Il vero muratore bergamasco non ha bisogno di protezioni, elmetto e imbragature in primis: meglio essere sprezzanti del pericolo e chi più lo è, più può dirsi un muratore orobico doc. È quanto emerge da una ricerca di alcuni docenti e ricercatori del Centro di ricerca interdisciplinare di Scienze umane, salute e malattia dell’Università di Bergamo che, per preparare il nuovo master universitario di primo livello per formare «Esperti in processi di formazione e di sviluppo della sicurezza nel lavoro» hanno ascoltato i racconti di una quarantina di capicantieri.

Ne è nato un libro che verrà presentato in autunno dal titolo emblematico «Se manche me... al borla so tot. Storie di ricerca e formazione in edilizia» (Se manco io... crolla tutto) che va a fondo sul rapporto tra cantieri e sicurezza, osservando alcuni dati sociologici e culturali su cui operare per combinare nel dna orobico sicurezza e competenza.

La ricerca ha analizzato in particolare il rapporto tra esposizione al rischio nella pratica professionale in relazione a quattro nodi problematici: le condizioni di lavoro, la differenza di genere, l’immigrazione e le nuove tecnologie. La sicurezza, da quanto emerge nella ricerca, non è dettata da una mancanza di normative, quanto piuttosto dalla difficoltà di rispettarle a causa di alcune «riserve culturali» congenite nel Dna dei muratori bergamaschi, ma anche per alcuni cambiamenti non pienamente metabolizzati della vita del cantiere.

Il cantiere, raccontano i muratori orobici, è cambiato. Tante squadre, tanta gente, la necessità di essere efficienti e tempestivi. Una fretta che a volte non gioca a favore della sicurezza.

Un altro elemento che gioca sul fattore sicurezza è la mancanza di esperienza di molti muratori che arrivano sul cantiere.

Nei capicantiere più anziani è difficile far passare la cultura di una formazione che non sia quella maturata sul campo. I più giovani invece si sono formati nelle scuole edili e hanno un approccio più tecnologico al cantiere che i più anziani non riconoscono.

Alcune testimonianze poi raccontano di come il cantiere è cambiato in questi ultimi anni con la presenza di immigrati, spesso vittime di caporalato e di abusi e allo stesso tempo impreparate (anche meno attrezzate) e quindi poco garantite in termini di sicurezza. Sul cantiere, prima che in qualsiasi altro luogo, si sperimentano gli effetti di una società multiculturale.

Per saperne leggi L'Eco in edicola il 19 agosto

a.ceresoli

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