Aree dismesse: i «buchi neri»
che stanno soffocando la città

Hanno fatto la storia dell’industria bergamasca, spesso del Nord Italia, che equivale a dire dell’Italia intera. Oggi, a causa della crisi economica, sono ruderi abbandonati che destano preoccupazioni di tipo ambientale.

Hanno fatto la storia dell’industria bergamasca, spesso del Nord Italia, che equivale a dire dell’Italia intera. Oggi, a causa della crisi economica, sono ruderi abbandonati che destano preoccupazioni di tipo ambientale.

Ma non solo, perché le aree dismesse sono una marea grigia che da più punti stringe d’assedio la città. «Buchi neri» che soffocano il tessuto urbano e sociale e il cui antidoto è solo in fase di sperimentazione. In tutto questo, la speculazione edilizia va avanti, nonostante i tempi di vacche magre. Col rischio, quindi, di sostituire le fabbriche con palazzi e appartamenti che rimangono invenduti.

Bergamo è una città di piccole-medie dimensioni, eppure con le sue imprese ha costituito nel corso della storia uno dei principali motori produttivi del nostro Paese. Se si guarda dall’alto fa impressione notare come questa forza trainante sia venuta meno: fabbriche ed edifici vuoti, a pezzi, ne sono la testimonianza.

Ce ne sono tanti, troppi. Ma non sono solo privati, dato che esistono costruzioni un tempo destinate a funzioni civili o militari. Un esempio sono le forze dell’ordine, che in passato disponevano delle caserme - la lista è lunga - oggi lasciate a se stesse. Il viaggio nei non-luoghi della città parte, simbolicamente, sul confine tra Redona e la zona stadio. Da via Legnano in direzione centro, sulla sinistra, si trovano i muri con tanto di filo spinato della caserma Corridoni, venduta nel 2009 per due milioni e 300 mila euro a un gruppo immobiliare grazie all’accordo tra Palafrizzoni e il Demanio, ma i cui lavori per il recupero sono rimasti al palo. Proseguendo su via Tito Legrenzi e poi su viale Giulio Cesare, ci si imbatte nell’ex Reggiani, l’industria tessile chiusa più di quattro anni fa dopo una storia secolare. Poco più avanti c’è l’ex Ismes, i cui caseggiati, abbandonati alla fine degli anni Ottanta, ospitavano l’Istituto sperimentale di ingegneria ed erano a un passo dalla riqualificazione, finché un paio di anni fa il privato ha rinunciato all’investimento di circa 4 milioni di euro.

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