La testimonianza di un  poliziotto: «Noi allo stadio? Carne da macello»

La testimonianza di un poliziotto:
«Noi allo stadio? Carne da macello»

«Sapevamo che, se avessero deciso di attaccare, sarebbero spuntati da lì. Poi sono arrivati ed è scoppiato l’inferno».

Ha 45 anni, un piede dolorante per colpa di una pietra e l’aria del sopravvissuto («Ma so che non sempre potrà andarmi bene, se continua così»). È uno degli agenti della questura di Bergamo feriti sabato sera tra via Lazzaretto e via Baioni, anche se non risulta nell’elenco ufficiale: perché ha preferito non rivolgersi al pronto soccorso, e non per darsi arie da eroe. «C’erano molte cose da fare, bisognava fronteggiare gli scontri scoppiati in altri punti, volevo prendere i responsabili: avevo addosso tanta adrenalina, zoppicavo, ma , in fondo, non è che sentissi così male».

«Saranno state le 20,45, siamo arrivati nei pressi dell’incrocio tra via Baioni e via Lazzaretto in sei, con tre auto “civetta”: il mio equipaggio, quello della Digos di Roma, che stava tornando allo stadio dopo aver accompagnato i primi due pullman di tifosi romanisti, e quello della Mobile di Bergamo. Intuiamo l’imminenza dell’attacco e facciamo allontanare la gente. Sono spuntati dalla pista ciclabile, l’inizio della green-way. Non abbiamo sentito grida, hanno lanciato fumogeni e poi subito dopo bombe carta e pietre. Non vedi più nulla, senti il sibilo dei sassi che arrivano, speri solo che non ti colpiscano».

«È una situazione concitata, in cui non puoi nemmeno concederti il lusso di avere paura. Senti le pietre che cadono sull’asfalto, che rimbalzano contro gli scudi, senti i cristalli dei parabrezza andare in frantumi, senti i botti delle bombe. Speri solo che non ti colpiscano, altro non puoi fare. Non vedi nulla, per via dei fumogeni, avverti i sassi che ti sfiorano. Poi senti gli ordini: “Avanti”, «Spara, spara (i lacrimogeni, ndr), “Attenzione, arrivano da destra”, “Vai, vai”».

«Alla fine ti resta addosso la rabbia e la frustrazione: noi poliziotti siamo dipinti spesso come numeri, delle macchine che eseguono ordini, non pensano, non hanno sentimenti. E invece siamo uomini pure noi. Stamattina (ieri, ndr), quando mi sono alzato dopo due ore di sonno (ha passato la nottata a compilare carte in questura, ndr) e ho visto mia figlia di 14 anni, l’ho abbracciata e l’ho baciata. E ho pensato: ce l’ho fatta anche stavolta».


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