Martedì 28 Gennaio 2014

Parenzan e il primo trapianto

«Ma quanto la fate lunga...!»

Il prof. Lucio Parenzan durante la conferenza stampa al termine el primo trapianto di cuore nel novembre del 1985

di Alberto Ceresoli

L’intervista che segue venne fatta al professor Lucio Parenzan nel novembre dl 2005, a vent’anni dal primo trapianto di cuore effettuato a Bergamo, il terzo in Italia. «Sono stato un pioniere, ma non metto il trapianto al primo posto tra le “pionierate” che ho fatto, metto invece la mia vita».

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Vent’anni fa, la notte tra il 22 e il 23 novembre 1985, gli Ospedali Riuniti, con l’équipe di Lucio Parenzan, eseguirono il loro primo trapianto di cuore, il terzo in Italia dopo quelli di Padova (il 14 novembre) e di Pavia (il 18 novembre). Nel petto di Roberto Failoni, allora quarantottenne pensionato di Romano alle prese con una miocardiopatia dilatativa, venne impiantato il cuore di Emanuela Brambilla, 19 anni, estetista di Fara, morta in seguito a un incidente stradale avvenuto la sera del 16 novembre. I preparativi per il trapianto iniziarono alle 21,35 di venerdì 22 novembre, l’intervento si concluse alle 4 del mattino successivo. Il cuore nuovo di Failoni (scomparso il 17 agosto del 1998, tre anni dopo essersi sottoposto ad un nuovo trapianto) cominciò a battere alle 2,25. Da allora a oggi ai «Riuniti» sono stati eseguiti 1.782 trapianti d’organo.

Professor Parenzan, che ricordo ha di quella notte?

«Un po’ confuso (ride) … Sono passati vent’anni! Quanto la fate lunga con ’sto trapianto». Tutto qui? «No, scherzavo. Fu una notte magica, con un cuore in mano. Ero molto commosso, molto emozionato. Ricordo tutto: la sala in cui ero a coordinare l’intervento, la rapidità con cui tutti si affannavano ad aprire le porte per non perdere nemmeno un minuto, l’attimo in cui il cuore nuovo di Failoni cominciò a battere … prima solo una “smorfietta”, poi di buona lena, segno che non era in blocco e che tutto era andato bene».

E in quel momento cos’ha provato?

«Quando riparte il cuore, tutti battono le mani, non occorre avere molta fantasia. Oggi non si fa più, ma dentro continuiamo a batterle lo stesso. Prima che il muscolo cardiaco ricominci a pulsare passano due, tre minuti: sembrano tempi lunghissimi ...».

C’è qualcosa che oggi non rifarebbe di quell’intervento?

«No: quella volta abbiamo fatto davvero tutto bene. In sala c’era Paolo Ferrazzi, che fece sia il prelievo sia l’impianto, Vittorio Vanini, Roberto Tiraboschi e Federico Brunelli. Avevamo il nostro bel libro di come si doveva fare… e poi eravamo pronti, ci eravamo preparati a dovere. L’anno prima avevo mandato Ferrazzi a Birmingham, negli Stati Uniti, a imparare da John Kirklin. Io avevo visto i primi trapianti di cuore già nel 1969, a Palo Alto, quando rimasi un bel po’ con Norman Shumway. L’anno prima ero stato da Denton Cooley che subito dopo l’intervento di Barnard si scatenò facendone un mucchio. All’epoca non c’erano farmaci antirigetto, non c’erano biopsie: in America guardavano il voltaggio dell’elettrocardiogramma per vedere se c’era qualcosa che non andava, tutto lì».

E in Italia?

«Bisogna arrivare agli inizi degli Anni ’80. La Commissione nazionale dei cardiologi e dei cardiochirurghi, con Luigi Donato, aveva messo sul tavolo il problema del trapianto di cuore e di quanti centri dovessero farli: prima due, poi tre, poi quattro, poi si intrufolavano tutti. Si era cominciato a dire che bisognava avere due sale, una per il prelievo e una per l’impianto, e quindi chi non aveva due sale operatorie ne costruiva subito una…».

Torniamo a Bergamo: com’era andata la vigilia del trapianto?

«Il giorno dopo quello effettuato da Gallucci a Padova, io e Ferrazzi andammo a vedere un paziente a Brescia. Era una serataccia di pioggia, ci scortavano i carabinieri. L’abbiamo visitato, ma non era in condizioni di essere trapiantato, prendeva troppa dopamina e, almeno a quell’epoca, era una controindicazione. Ma la tentazione di farlo lo stesso fu enorme. Poi abbiamo deciso che non potevamo rischiare una cosa così, era troppo poco scientifico, troppo pericoloso, per il paziente, per noi, per l’ospedale, per la città ... con tutti quei giornalisti addosso! E così abbiamo lasciato perdere».

Failoni era l’uomo giusto?

«Ce l’avevamo dall’11 novembre. Era già stato operato con un by pass aorto-coronarico, ma il ventricolo sinistro non pensava comunque di rimettersi a battere. Aveva avuto anche un edema polmonare, altra controindicazione al trapianto. Comunque l’abbiamo sistemato e il 22 sera l’abbiamo operato. Con un po’ di insicurezza, anche se doveva necessariamente essere trapiantato per continuare a vivere».

E dopo?

«Ricordo la soddisfazione di tutti, dei familiari, della direzione sanitaria, della città, l’incontro con i giornalisti… quanta gente ci girava intorno. Certo, c’era anche chi diceva che avremmo dovuto aspettare altri due anni, che non eravamo pronti, ma io sapevo che non era così. Eravamo fortissimi, e non solo noi della Cardiochirurgia, ma anche di tutti gli altri reparti coinvolti: l’Anatomia patologica, le Malattie infettive, il Laboratorio di Analisi, la Cardiologia, la Pneumologia, la Rianimazione e l’Anestesia, il Centro trasfusionale, tutti, tutti… Abbiamo anche imparato tante cose: l’attività di trapianto ha portato all’ospedale una quantità di stimoli che ha fatto solo bene, e questa è una cosa di cui si parla sempre troppo poco. Non c’è reparto che non ne abbia beneficiato, perfino l’amministrazione ospedaliera ha imparato tante cose, anche se forse non vuole sentirselo dire. È andata bene per i trapiantati, ma meglio per i sani che dopo hanno avuto bisogno dell’ospedale».

Quando la definiscono un pioniere come si sente?

«Lo sono, ma non metto il trapianto al primo posto tra le “pionierate” che ho fatto, metto invece la mia vita. Sono pioniere della Cardiochirurgia dei bambini, perché non c’era, l’abbiamo fatta qui, l’abbiamo esportata in Europa, ci siamo battuti con quei pochi che la facevano negli Usa. Pioniere perché ho capito l’importanza della Cardiologia pediatrica, pioniere perché da me sono cresciuti fior di chirurghi. Pioniere perché sono stato il primo a capire l’importanza di portare qui i cardiochirurgi americani. Ma non era pionierismo, era attivismo, perché avevo al mio fianco tanta gente brava: non è che ho fatto sempre tutto io, ho trovato un terreno fertile e ho seminato bene. A volte conta anche il momento, le persone: l’amicizia con Giorgio Invernizzi non c’entra, ma invece c’entra tantissimo, il fatto di non litigare con l’anestesista, Anna Funicello, non c’entra, invece è importantissimo».

Siamo ancora bravi a Bergamo?

«Bravissimi. Sul trapianto non ci batte nessuno, e quello che sta facendo Ferrazzi è più importante del trapianto: la terapia dello scompenso cardiaco. Non so se l’ospedale l’ha capito, ma questa è la strada del futuro. Il trapianto di cuore è quasi al massimo: in vent’anni ne sono stati fatti cinquemila in Italia, ma tra vent’anni non saranno certo diecimila, ma molti, moltissimi di meno. A Bergamo manca un grande spazio per il cuore artificiale. Vogliamo che l’uomo viva con un cuore artificiale? Io direi che è una pazzia, però avere delle macchine che possono sostituire il cuore per 15 - 30 giorni dopo un grosso intervento dovrebbe essere routine. I “Riuniti” non hanno un grosso rifornimento di cuori artificiali, anche perché costano, ma sono un bellissimo ospedale».

C’è chi dice che tra qualche anno non ci saranno più i trapianti.

«Beh, insomma....». (15 secondi di silenzio). Difficile? «È il concetto che non apprezzo, questo promettere alla gente quello che non sai».

Il trapianto di cuore è stato l’intervento più importante delle sua vita?

«No, non per uno che ha fatto 1.500 tetralogie di Fallot, le peggiori malformazioni congenite cardiache nei bambini (i cosiddetti “bambini blu”). Non per uno che ha avuto l’intuizione che i bambini piccoli non solo si potevano operare al cuore, ma si dovevano operare al cuore. Non per uno che ha inventato la Cardiochirurgia pediatrica, che - per primo - ha operato al cuore un neonato sotto i tre giorni di vita».

E il premio che le daranno sabato?

«A me fa piacere: sono sempre un uomo dell’ospedale».

Alberto Ceresoli

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